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Giorno della Memoria 2026: ricordare non basta, se il presente tradisce il passato

Il 27 gennaio l'Italia celebra il Giorno della Memoria. Lo fa per legge, la n. 211 del 20 luglio 2000, che richiama una data simbolo: l'abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Una legge che non si limita a ricordare la Shoah come evento storico, ma che richiama responsabilità precise: le leggi razziali, la persecuzione italiana degli ebrei, le deportazioni, la complicità, il silenzio. E richiama anche chi, rischiando la vita, scelse di opporsi allo sterminio.

Quella legge non nasce per alimentare rituali vuoti o commemorazioni automatiche. Nasce per essere un monito. Perché la memoria, se non serve a cambiare il presente, è solo retorica. Peggio: è ipocrisia.

Dopo l'orrore dei campi di sterminio, il mondo giurò “mai più”. Non come slogan, ma come impegno giuridico e politico. Fu Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, sopravvissuto all'Olocausto, a coniare il termine “genocidio” e a lavorare instancabilmente perché diventasse un crimine riconosciuto dal diritto internazionale. Da quel lavoro nacque la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio adottata il 9 dicembre 1948 (entrò in vigore nel 1951), oggi pilastro del diritto internazionale e condizione essenziale per l'adesione alle Nazioni Unite.

Quelle norme non furono pensate per vendicare il passato, ma per impedire che quanto accaduto allora potesse ripetersi in futuro. Non è un semplice manifesto: è diritto, è obbligo, è un'architettura pensata proprio per impedire che gli Stati si nascondano dietro la ragion di Stato quando una popolazione viene annientata “in tutto o in parte”. È stata adotatta per riconoscere i segnali prima che fosse troppo tardi: la disumanizzazione, la segregazione, la punizione collettiva, l'annientamento sistematico di un popolo in quanto tale.

Ed è qui che la memoria diventa scomoda. Perché oggi uno Stato che si definisce ebraico, Israele, viola sistematicamente proprio quei principi nati dalle ceneri della Shoah. Le politiche di apartheid denunciate da organizzazioni internazionali, la segregazione territoriale, la negazione di diritti fondamentali, la distruzione deliberata di infrastrutture civili, l'uccisione di massa di civili, donne e bambini, non sono “incidenti” né “difesa”. Sono pratiche che rientrano esattamente in ciò che il diritto internazionale definisce crimini contro l'umanità e, secondo autorevoli giuristi e organismi internazionali, genocidio.

Amnesty International, già nel 2022, ha parlato esplicitamente di apartheid come crimine contro l'umanità nel sistema di controllo israeliano sui palestinesi. 

Human Rights Watch nel 2021 ha sostenuto che autorità israeliane commettano i crimini contro l'umanità di apartheid e persecuzione. 

E, nel pieno della guerra e dell'occupazione, persino un'organizzazione israeliana come B'Tselem ha descritto — in un report di gennaio 2026 — il sistema carcerario israeliano come una rete di “campi di tortura” per i detenuti palestinesi.

E poi c'è la parola più pesante di tutte: genocidio. Non come slogan, ma come categoria legale. Oggi davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è aperto un procedimento in cui il Sudafrica accusa Israele di violare la Convenzione sul genocidio nella Striscia di Gaza; la Corte ha già indicato misure provvisorie (gennaio, marzo e maggio 2024) ordinando a Israele di prevenire atti riconducibili alla Convenzione e di consentire l'assistenza umanitaria, con specifiche misure legate anche a Rafah. 

Il caso risulta ancora pendente e, nel dibattito giuridico, molti esperti ricordano che la soglia probatoria del “genocidal intent” è altissima — e proprio per questo la prevenzione dovrebbe scattare prima della sentenza finale, non dopo.

Il paradosso morale è devastante. Che senso ha commemorare Auschwitz se si chiudono gli occhi davanti a Gaza? Che valore ha il “mai più” se diventa “mai più per noi, ma per gli altri sì”? Primo Levi ci ha avvertiti con lucidità spietata: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. Non diceva “potrebbe”, diceva “può”. Sempre. Ovunque. Da chiunque.

Hannah Arendt ha chiamato questa anestesia “banalità del male”: non demoni, ma funzionari, procedure, linguaggi che trasformano persone in pratiche. Paul Celan ha messo l'orrore in una lingua spezzata, perché l'orrore spezza le frasi prima ancora delle ossa. E Elie Wiesel ha ripetuto che l'opposto dell'amore non è l'odio: è l'indifferenza.

La memoria della Shoah non è proprietà di uno Stato, né scudo per l'impunità. È patrimonio universale e responsabilità collettiva. Usarla per giustificare nuove forme di oppressione significa tradirla. Significa trasformare le vittime in alibi e il dolore in arma politica.

Il Giorno della Memoria — se lo prendiamo sul serio — ci chiede di riconoscere la stessa dinamica quando cambia bersaglio. Ci chiede di dire una cosa che molti trovano intollerabile: l'essere stati vittime non conferisce immunità morale. La sofferenza ereditaria non è un lasciapassare storico. Anzi: dovrebbe essere una scuola più severa di umanità, non una licenza di disumanizzare altri.

La legge italiana ricorda anche chi “si è opposto al progetto di sterminio” e ha salvato vite “a rischio della propria vita”. È una frase che non parla solo del 1945: parla di noi. Perché opporsi oggi significa non accettare che esistano vite sacrificabili, bambini “collaterali”, civili “inevitabili”, prigionieri “senza volto”, città ridotte a statistica.

E significa anche dire una verità che dà fastidio nei salotti buoni: quando il crimine diventa sistemico, il silenzio diventa complicità. Non perché tutti siano colpevoli allo stesso modo, ma perché la normalizzazione è il carburante dell'orrore

Tacere, oggi, non è neutralità. È complicità. Così come lo fu ieri. Anche allora molti “non sapevano”, “non potevano fare nulla”, “obbedivano”. La storia non ha assolto nessuno di loro.

Ricordare le vittime del passato ha senso solo se serve a difendere quelle del presente. Altrimenti il Giorno della Memoria diventa una liturgia vuota, buona per le corone di fiori e i discorsi ufficiali, ma incapace di fermare l'orrore quando si ripresenta sotto altre bandiere.

Chi commemora senza vedere, chi piange ieri e giustifica oggi, chi pronuncia “mai più”… tranne quando conviene sta svuotando la memoria dall'interno.

Allora sì: che senso ha commemorare le vittime del passato se si tollera — o si sostiene — la riproduzione di logiche analoghe nel presente? Il senso c'è, ma è spietato: o la memoria diventa misura universale di giustizia, oppure diventa propaganda. O è monito, oppure è alibi.

E un alibi, nel Giorno della Memoria, è la forma più elegante di profanazione.

La memoria vera non consola. Accusa. E chiede coerenza. Sempre.

Autore Federico Mattei
Categoria Politica
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