Politica

Caso Lavitola, Report e Ranucci: tra illazioni, campagne mediatiche e il rischio di una Rai sempre meno pluralista


La vicenda che nelle ultime settimane ha coinvolto Sergio Ranucci, la trasmissione Report e il nome dell'imprenditore Valter Lavitola si sta trasformando, ben oltre i fatti accertati, in un caso politico-mediatico che merita alcune riflessioni. Più che gli elementi concreti emersi finora, colpisce infatti il modo in cui una parte della stampa vicina all'attuale maggioranza ha scelto di raccontare la vicenda, costruendo un clima nel quale il sospetto sembra valere quanto una prova e l'insinuazione assume spesso il ruolo di una condanna preventiva.

Al di là delle diverse ricostruzioni giornalistiche e delle polemiche che inevitabilmente accompagnano ogni inchiesta di forte impatto, un principio dovrebbe rimanere fermo: in uno Stato di diritto le responsabilità si accertano attraverso fatti, documenti e decisioni delle autorità competenti, non attraverso campagne mediatiche. Eppure, leggendo numerosi articoli pubblicati negli ultimi giorni dai giornali di proprietà del senatore leghista Antonio Angelucci, si ha l'impressione che questo principio venga frequentemente accantonato.

Gran parte dei titoli e dei commenti pubblicati da alcune testate non si limita infatti a riportare gli sviluppi della vicenda, ma suggerisce al lettore l'esistenza di responsabilità o comportamenti opachi da parte di Sergio Ranucci senza che, allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, vi siano elementi definitivi tali da giustificare conclusioni così nette. Si ricorre spesso a formule allusive, a ricostruzioni ipotetiche, ad accostamenti che finiscono inevitabilmente per orientare il giudizio dell'opinione pubblica ben prima di qualsiasi eventuale accertamento.

È un metodo che dove preoccupare indipendentemente dalle simpatie politiche. Lo stesso criterio, applicato domani contro qualsiasi altro giornalista o esponente pubblico, produrrebbe identici effetti distorsivi. Il giornalismo d'inchiesta può certamente essere criticato, analizzato e perfino contestato, ma le critiche devono poggiare su fatti verificabili e non su un continuo ricorso al sospetto come strumento di delegittimazione personale.

Il caso assume un significato ancora più delicato perché ha finito per riguardare anche Report, una trasmissione che da decenni rappresenta uno dei principali programmi d'inchiesta del servizio pubblico italiano. Nel corso degli anni le sue inchieste hanno interessato governi di diverso colore politico, grandi aziende, amministrazioni pubbliche, organizzazioni criminali, istituzioni e gruppi economici. Proprio per questo il programma è stato frequentemente oggetto di contestazioni, querele e polemiche, che si sono poi concluse senza conseguenze per la redazione.

Ciò che appare particolarmente significativa è la coincidenza tra questa campagna mediatica e la decisione della Rai di interrompere la tradizionale programmazione delle repliche di Report. Una scelta che ha suscitato numerose perplessità perché difficilmente trova una motivazione convincente sul piano editoriale.

Le repliche di Report, infatti, non rappresentano semplicemente una riproposizione di contenuti già trasmessi. Consentono a un pubblico più ampio di seguire inchieste spesso molto articolate, favoriscono la circolazione dell'informazione di approfondimento e valorizzano un prodotto realizzato con risorse del servizio pubblico. Rinunciare improvvisamente a tale programmazione significa ridurne inevitabilmente la diffusione e l'impatto. Se questa decisione viene osservata nel contesto delle polemiche che stanno investendo la trasmissione, è inevitabile che sorgano interrogativi sull'opportunità della decisione. 

La questione assume inoltre un rilievo più generale se inserita nel dibattito sulla governance della Rai. Da mesi il tema della cosiddetta lottizzazione è tornato con forza al centro del confronto politico. Ogni cambio di maggioranza, specialmente dopo l'assurda riforma Renzi che sta mettendo l'Italia a rischio infrazione Ue, ha storicamente prodotto modifiche negli equilibri aziendali del servizio pubblico, ma il fenomeno ha oggi raggiunto livelli particolarmente marcati, con nomine e scelte editoriali sempre più sfacciatamente vicine agli orientamenti dell'esecutivo.

In questo scenario trovano spazio anche le indiscrezioni, rilanciate da diversi organi di stampa, secondo cui il principale partito della maggioranza starebbe valutando la presentazione di un esposto alla Procura sulla vicenda

Al di là delle posizioni che ciascuno può avere nei confronti di Sergio Ranucci o di Report, la questione riguarda un principio molto più ampio. Il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe garantire il pluralismo delle idee, la tutela del giornalismo investigativo e la possibilità che le inchieste possano essere viste, discusse e criticate nel merito. Limitarne la diffusione o contribuire a delegittimarle attraverso campagne fondate prevalentemente sul sospetto rischia di produrre un effetto di raffreddamento nei confronti di tutto il giornalismo d'inchiesta.

Le democrazie mature non si misurano dalla facilità con cui premiano le voci favorevoli al potere, ma dalla capacità di garantire spazio anche a quelle più critiche, un principio che l'attuale maggioranza di destra sempre più estrema ha da sempre disateso. Per questo motivo, qualunque valutazione sulla vicenda Lavitola dovrà basarsi esclusivamente sugli accertamenti che eventualmente emergeranno nelle sedi competenti. Fino ad allora, trasformare ipotesi in certezze e sospetti in condanne mediatiche significa allontanarsi da quel principio di equilibrio che dovrebbe costituire il fondamento tanto del giornalismo quanto del servizio pubblico... in uno Stato che pretende di definirsi democratico!

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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