XXXVII è anche un viaggio interiore, non solo geografico. Luigi Laffranchi racconta il processo creativo con onestà, tra dubbi e scoperte. Ne emerge il ritratto di uno scrittore che non cerca risposte definitive, ma nuove domande da inseguire.

Nel libro il passato e il presente si intrecciano continuamente. Hai mai avuto paura di perderti dentro questa scrittura così ambiziosa?
La macchina del tempo esiste! Ecco, siamo di fronte ad un folle, penserete leggendo questa affermazione. Ma vi chiedo la gentilezza di darmi la possibilità in poche parole di spiegare questa bizzarra teoria, dopodichè se non riuscirò a convincervi, vorrà dire che agli occhi del mondo seguiterò a risultare un po’ stravagante. Quando la mia fantasia si materializza in parole e il mio “flusso canalizzatore” si attiva, magicamente mi ritrovo a volteggiare in punta di penna tra epoche e luoghi diversi, ed è in questo momento che la macchina del tempo si mette in moto. Ma da cosa è alimentato il propulsore di questo mezzo, qual è il carburante? Semplice: LA CURIOSITA’! La voglia di scoprire le vite e le gesta dei personaggi citati dai testi di studio, sia quelli ricordati con il termine storia scritto con la S maiuscola, sia quelli le cui vicende vengono tramandate da un numero meno nutrito di persone e che probabilmente, a torto, si considerano meno importanti. La brama di scoprire e di studiare gli avvenimenti che hanno fatto si che noi esistiamo in questa società, la lettura di libri, la conoscenza attraverso le fonti che ho a disposizione e ripeto, la curiosità, sono gli elementi che shakerati stimolano la mia passione o per meglio dire esigenza di comunicare attraverso i miei racconti. Amo sviluppare le mie narrazioni ambientandole in tempi e luoghi deversi, giocando a trovare uno o più fattori che riescano a creare una scenografia all’interno della quale vivono, amano, odiano, si divertono ecc... i miei personaggi. Se dovessi sentire in lontananza una sirena e mi vedessi avvicinato da una camicia di forza, vorrà dire che non sono riuscito a far credere che: LA MACCHINA DEL TEMPO ESISTE!
La protagonista sembra cercare Logan, ma in realtà sembra cercare se stessa. Scrivendo, hai trovato qualcosa che non sapevi di cercare?
La lanterna della mia fantasia, ha avuto la capacità di illuminare dei sentieri emotivi inesplorati, che mai avrei pensato di attraversare; a seguito di questo percorso interno, il quale mi ha portato a confrontarmi e accettare le mie paure, quasi per esorcizzarle, ho fatto precipitare la povera Sovaj all’interno di un girone dantesco. Ma, se per il sommo poeta, nella sua Commedia e nelle sue magnifiche e inarrivabili terzine, vi erano Virgilio e Beatrice ad accompagnarlo, la malcapitata Sovaj, si è dovuta accontentare di un narratore con solo tanti petardi in testa. Come in tutte le esperienze di vita, anche quella della scrittura lascia in me sempre un elemento nuovo, magari rivisitato o solo messo a fuoco, o del tutto inaspettato, come in questo caso. Sovaj, Rhys, Marika, Logan, Suor Fajta, hanno giocato con il lume della lanterna citata all’inizio di questo pensiero, hanno aumentato l’intensità della fiamma, mentre mi gridavano la loro voglia di evasione, di vita e perché no, di bruciare nelle e delle proprie passioni, per poi ridurre il gas che alimentava la lucerna e farmi perdere nelle loro inquietudini, paure, angosce. Quindi cosa ho trovato, dopo che il percorso dei miei protagonisti si è esaurito nell’ultima pagina? Semplice: un uomo, un uomo che come tale affronta le proprie paure con una corazza, ma che al primo affondo da parte del nemico ha un’unica arma, ovvero scrivere di loro, per farle vivere ed in qualche modo sconfiggerle.
Ti chiedo una cosa più personale: c’è stato un momento in cui hai pensato di non riuscire a finire questo romanzo?
Più volte, sebbene consapevole della necessità di scrivere, mi trovo davanti alla pagina che imperterrita rimane bianca, immacolata. Questo anche a causa del fatto che, come spesso accade, l’idea, l’immagine o il dettaglio che stuzzica la mia creatività, arriva quasi sempre nel momento sbagliato, come ad esempio: in coda al semaforo, appena prima di iniziare una riunione o un’attività lavorativa, mentre sono in cassa al supermercato, quando sono senza carta o penna e magari col telefono scarico... più tardi, a volte anche giorni dopo, di fronte allo schermo vuoto col cursore di testo che lampeggia e con le dita che invece di muoversi tra i tasti della tastiera iniziano a battere il tempo della musica che suona in sottofondo mentre scrivo, scatta la strategia Jacovitti! Avrò avuto circa una quindicina d’anni, quando vidi in televisione un giornalista intervistare il grande maestro del fumetto e ricordo come se fosse oggi la risposta che diede alla seguente domanda:
Lei quale trucco utilizza per iniziare una tavola?
La risposta fu un fulmine per la mia mente, una piccola lezione di stile. La replica fu più o meno questa: “Inizio a disegnare qualcosa che non c’entra nulla, come ad esempio un salame, dando così la possibilità alla mia ispirazione di manifestarsi in modo meno forzato, più naturale”. Ecco la tecnica che uso, quando so che la necessità di mettere in parole il mio scritto, è proprio lì nascosta in un angolo dei miei pensieri, pronta ad esplodere assieme ad uno dei miei petardi. Inizio quindi a scrivere qualcosa che non per forza debba essere legato al lavoro letterario che sto affrontando, in modo da liberare la mente, ed aspettare il fiammifero che sfrega la sua testa colorata sulla mia fantasia, in modo da far brillare, nel cielo della mia immaginazione, una nuovo fuoco d’artificio.
E infine cosa vorresti che restasse davvero nel lettore dopo l’ultima pagina, anche a distanza di anni?
La prenderò alla larga, d’altronde il dono della sintesi non è contemplato nelle mie caratteristiche. Sebbene abbia un’attrazione quasi poetica per la montagna e le sue cime da scalare, amo visceralmente il mare e le sue contraddizioni: un moto perpetuo che sposta infinite particelle, rimanendo però sempre lo stesso nello sfondo dei bagnanti, come per i marinai che solcano gli oceani. Ho un buon rapporto con l’acqua, riesco a rimanere delle mezz’ore a galleggiare dentro il catino di Poseidone, ma vi è un momento che mi inquieta e, pur sapendo che è una mia debolezza, ogni volta voglio provare quella strana sensazione. Quando mi “immergo”( lo scrivo virgolettato perché non farei mai il sub) parte un countdown di dieci secondi... 10,9,8....7,6,5.....4,3...2,...devo salire! La mia salvezza so che è a pochi decimetri dalla mia bocca, ma non importa, devo fagocitare l’aria e mi miei occhi devono aprirsi al cielo. Ecco cosa prova Sovaj! Mentre scrivevo e raccontavo la sua storia, mi immaginavo quei secondi di buio col mio corpo avvolto dall’acqua, un ambiente che non offre vita all’uomo, ma che regala tanta poesia. Sovaj, in alcuni momenti sa che la salvezza è a pochi centimetri, la vede la tocca; altre volte invece sembra destinata a non risalire e a rimanere al buio per l’eternità. Mi piacerebbe che al lettore, seguendo la narrazione di XXXVII resti questa sensazione di apnea, sapendo comunque che per Sovaj la boccata d’aria arriverà sempre... o forse no.

