Esteri

Iran, il Paese sospeso tra diplomazia e guerra. Trump: “Non ho ancora deciso se attaccare...”

Nelle città iraniane si vive con il fiato corto. Le notti sono insonni, le giornate scandite da notifiche e voci incontrollate. Da settimane circola l'ipotesi che gli Stati Uniti possano lanciare attacchi militari contro la Repubblica islamica. L'incertezza è diventata la normalità.

Molti giovani passano ore sulle piattaforme che tracciano voli e movimenti navali: c'è chi teme un intervento esterno e chi, dopo oltre 50 giorni di repressione violenta delle proteste anti-governative, lo considera l'unica possibile svolta. Le aspettative, però, si sono raffreddate quando il presidente americano Donald Trump, che in passato aveva incoraggiato i manifestanti promettendo aiuto, ha virato su una linea più diplomatica.

Parlando a Washington, Trump ha dichiarato di non aver ancora preso una decisione su un eventuale attacco contro l'Iran e di preferire un accordo negoziato a un'opzione militare. Una posizione che riflette il delicato equilibrio tra pressione e trattativa.

Il bilancio umano delle proteste resta oggetto di scontro. L'organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, parla di 7.007 morti e migliaia di casi ancora sotto indagine. Le autorità iraniane forniscono invece una cifra ufficiale di 3.117 vittime. La distanza tra i numeri fotografa l'opacità della stretta repressiva.

Esperti delle Nazioni Unite, tra cui la relatrice speciale per i diritti umani in Iran, Mai Sato, sottolineano che le restrizioni a internet e gli arresti di massa rendono impossibile stabilire la reale portata della repressione. Sato denuncia un aumento delle pressioni su avvocati e attivisti, parlando di uno dei periodi più bui per i diritti umani nella storia recente del Paese.

Anche l'Alto commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha espresso forte preoccupazione per il rischio di un'escalation militare regionale, auspicando che prevalga la via della ragione.

L'ultimo round di negoziati tra Washington e Teheran si è chiuso a Ginevra senza un'intesa definitiva, ma con timidi segnali di progresso. Secondo indiscrezioni, consiglieri della Casa Bianca come Jared Kushner e Stephen Bannon avrebbero lasciato il tavolo frustrati per la mancanza di risultati concreti.

Molti iraniani temono che un fallimento dei colloqui possa avere conseguenze catastrofiche. Alcuni analisti ritengono che la leadership iraniana sarebbe pronta a rischiare un conflitto regionale pur di non cedere. C'è chi ipotizza persino una strategia del “tutto o niente” in caso di attacco diretto.

SSui canali social vicini al governo dominano due narrazioni opposte. Una punta sulla prudenza, evocando il trauma della guerra Iran-Iraq e la più recente escalation di 12 giorni con Israele, che ha causato oltre 1.200 morti e più di 6.000 feriti in Iran, oltre a 28 vittime in Israele. L'altra adotta toni apocalittici, presentando lo scontro come inevitabile.

Intanto i media di Stato hanno intensificato le trasmissioni che mostrano le capacità missilistiche del Paese, un copione già visto nei momenti di massima tensione.

Il clima pesa sull'economia. L'Iran si avvicina al Nowruz, il Capodanno persiano, tradizionalmente il periodo più vivace per i consumi. Ma con le sanzioni statunitensi ancora in vigore e un'inflazione che supera il 62%, i mercati sono fermi. I commercianti parlano di negozi vuoti e investitori riluttanti a muoversi in un contesto che rende ogni scelta simile a una scommessa.

Sui social cresce anche la preparazione all'emergenza: scorte di cibo in scatola, torce, acqua, zaini pronti per ogni evenienza.

L'incertezza non riguarda solo l'Iran. Diverse capitali hanno invitato i propri cittadini a lasciare la regione. Gli Stati Uniti hanno autorizzato il personale non essenziale a partire da Israele. L'ambasciatore americano Mike Huckabee ha invitato chi intende partire a farlo immediatamente, finché sono disponibili voli commerciali.

La Cina ha esortato i suoi cittadini a rafforzare le proprie misure di sicurezza sia in Israele sia in Iran e a lasciare la regione il prima possibile. Anche Canada, Germania, Regno Unito, Australia e altri Stati hanno emesso avvisi in tal senso, mentre cresce il timore di chiusure improvvise dello spazio aereo.

Le forze armate israeliane, dal canto loro, dichiarano di essere in stato di piena allerta per difendere i civili, ma senza modificare per ora le direttive alla popolazione.


Dentro l'Iran prevale un misto di stanchezza, polarizzazione sociale e iper-vigilanza. La popolazione oscilla tra la speranza che la diplomazia riesca a evitare il peggio e la consapevolezza che decisioni prese altrove possano cambiare tutto nel giro di una notte.

Trump insiste di voler un accordo, ma ammette che la scelta finale non è stata ancora presa. Con la prossima tornata di colloqui alle porte, il Paese resta sospeso: in un limbo in cui tutto può ancora accadere, oppure nulla cambiare affatto.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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