Il Board of Peace e il risiko delle concessioni estrattive dell'hub energetico del Levante
L'idea di un "Consiglio di Trump per Gaza" non è solo un esercizio di diplomazia spettacolo, ma rappresenta il tassello fondamentale di una strategia che mira a ridisegnare gli equilibri di forza nel Mediterraneo orientale attraverso quello che molti analisti definiscono un protettorato di fatto.
Se questo piano dovesse concretizzarsi, gli Stati Uniti otterrebbero un approdo strategico nel Mar di Levante del tutto indipendente dai vincoli politici dell'Europa e dalle strutture di comando della NATO, trasformando una striscia di terra martoriata in un avamposto di sovranità operativa americana. Attualmente, la proiezione di potenza della Marina statunitense nella regione è legata alla Sesta Flotta, che pur essendo una forza imponente, deve sottostare a complessi accordi bilaterali e logistici.
Il quartier generale della Naval Support Activity a Napoli e la base operativa di Gaeta, che ospita la nave comando USS Mount Whitney, sono simboli di una cooperazione atlantica che però impone limiti e mediazioni costanti con i partner europei. Avere il controllo diretto su un tratto della costa palestinese permetterebbe a Washington di svincolarsi da queste dinamiche, creando un hub logistico e militare permanente in una posizione geografica cruciale per monitorare il Canale di Suez, contenere l'espansionismo russo in Siria e garantire una protezione immediata agli interessi israeliani.
Questa ambizione geopolitica si intreccia indissolubilmente con la mappa dei giacimenti di gas naturale che giacciono sotto i fondali del Mediterraneo. Al centro della contesa c'è il colossale giacimento israeliano Leviathan, un gigante da oltre 600 miliardi di metri cubi di produzione che sta cambiando la geografia energetica mondiale, attirando investimenti massicci per l'export e ponendo Israele come hub energetico regionale. Tuttavia, il vero nodo politico riguarda il giacimento Gaza Marine, situato a soli 30 chilometri dalla costa della Striscia e a una profondità di appena 600 metri. Scoperto nell'anno 2000 dal BG Group britannico in collaborazione con la Consolidated Contractors International Company, questo giacimento è rimasto per un quarto di secolo un tesoro inaccessibile.
Nonostante le riserve siano considerate il motore naturale per una futura indipendenza economica palestinese, la loro gestione è stata paralizzata dai conflitti e dalla posizione di Israele che, pur non avendo ratificato la convenzione UNCLOS e non riconoscendo la sovranità dello Stato di Palestina, esercita un controllo di fatto sulle acque territoriali.
Nel 2023, la mossa di Israele di concedere un'approvazione preliminare allo sviluppo del sito ha sollevato un polverone giuridico: come potenza occupante, Israele è vincolato dalle norme internazionali che vietano lo sfruttamento delle risorse naturali dei territori occupati per il proprio profitto. Tuttavia, non avendo ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e non riconoscendo l'entità statale palestinese, il governo di Tel Aviv opera in una zona grigia dove la forza militare detta la legge economica.
Le accuse di "saccheggio" che emergono dalle inchieste giornalistiche più critiche, come quelle riportate da testate d'inchiesta internazionali, mettono in luce come il coinvolgimento di colossi energetici stranieri, tra cui l'italiana Eni in alcuni blocchi adiacenti, avvenga in un contesto dove la sovranità palestinese è totalmente azzerata.
L'idea di un protettorato americano, caldeggiata dalle visioni diplomatiche dell'entourage di Trump per il 2026, si inserisce in questo vuoto di potere come la soluzione definitiva per normalizzare l'estrazione.
Un’amministrazione statunitense che agisse da garante o "amministratore" della Striscia fornirebbe quella copertura legale e politica necessaria per rassicurare i mercati e le multinazionali, trasformando il gas di Gaza da risorsa contesa a bene commerciabile. Questo schema permetterebbe di collegare infrastrutturalmente Gaza Marine ai grandi gasdotti che già servono il Leviathan, il giacimento israeliano che rappresenta il cuore pulsante dell'energia nel Levante.
Con una capacità stimata di 600 miliardi di metri cubi, Leviathan è già una realtà che rifornisce Egitto e Giordania e punta all'Europa; l'integrazione del gas palestinese in questo sistema, sotto l'egida di Washington, sancirebbe la fine di ogni velleità di indipendenza energetica autonoma per i palestinesi, legando i loro proventi economici alla supervisione americana.
In questo scenario, il gas cesserebbe di essere una risorsa per il popolo per diventare la vera moneta di scambio del progetto di "ricostruzione" guidato dagli Stati Uniti. I proventi delle vendite verrebbero probabilmente convogliati in fondi controllati per finanziare infrastrutture approvate dal protettorato, garantendo che ogni dollaro speso per Gaza sia allineato agli obiettivi di sicurezza di Israele e degli USA.
Ma il vantaggio per Washington sarebbe doppio: oltre al controllo economico, si consoliderebbe una presenza fisica sulla costa. Mentre la Sesta Flotta, oggi ancorata alle basi italiane di Napoli e Gaeta, deve navigare tra le pieghe della diplomazia europea e i vincoli della NATO, un approdo sovrano a Gaza permetterebbe agli Stati Uniti di presidiare i terminali di rigassificazione e le piattaforme estrattive senza dover chiedere il permesso a nessuno.
La pace, in questa visione di realpolitik energetica, non sarebbe dunque il risultato di un accordo tra le parti, ma il prodotto di un'egemonia infrastrutturale e militare dove le valvole del gas e i cannoni delle navi americane diventano i nuovi confini del Mar di Levante.