*_©Angelo Antonio Messina

La mostra “Gumdesign”, in esposizione dal 3 luglio al 20 settembre 2026 nel nuovo Parco Museale del Teatro Puccini, rappresenta un’intensa e affascinante celebrazione della memoria e dell’identità attraverso il dialogo tra materiali naturali e arti figurative. Frutto della collaborazione tra la storica azienda Savema Spa — artefice di una imponente installazione esterna in marmo Arabescato Corchia — e La Casa di Pietra, curatrice della mostra che presenta otto nuove collezioni create per il Centenario di Turandot, questa esposizione si distingue come un percorso narrativo in cui opera, materia e forma si intrecciano per evocare l’essenza profonda della condizione umana. Il lavoro dello studio toscano incaricato definisce un’esperienza multisensoriale e simbolica, dove l’enigma diventa principio creativo e la pietra siciliana, sapientemente lavorata da Cusenza Marmi, si fa linguaggio universale di memoria e trasformazione.

Il progetto “Turandot / Il mondo è pieno di pazzi innamorati” si configura come una meditazione intensa sull’enigma, sull’attesa e sul rapporto complesso tra verità e desiderio, tra ciò che appare e ciò che sottrae. In questo senso, i materiali protagonisti — marmo, legno, sughero, rattan, cartone, cuoio e scagliola — non si fondono in un’armonia omogenea, bensì restano distinti nella loro autonomia, instaurando un dialogo fatto di presenza e sottrazione, mantenendo viva la tensione tra permanenza e mutamento. Tale scelta compositiva, coraggiosa e raffinata, rende l’esposizione non solo un tributo estetico, ma una vera e propria riflessione filosofica sulle maschere sociali, sulle identità fluide e sulle stratificazioni culturali che ci abitano e ci attraversano.

In “Essere Maschere”, la combinazione di pietre come Breccia Butterfly, Libeccio di Sicilia e Ceppo Monet con il cuoio nero crea un’intensità evocativa unica. Qui il vaso assume una valenza metafisica: non un semplice contenitore, ma una ‘condizione’, un luogo in cui interno ed esterno si sovrappongono e si specchiano. L’idea di maschera si trasforma da oggetto di nascondimento a elemento rivelatore, momentaneo e in divenire di una coscienza che si definisce solamente nel gesto stesso di esistenza. Questa tematica insistente sulla fluidità dell’identità e sul processo continuo di auto-osservazione si pone all’avanguardia nel panorama artistico contemporaneo e risuona profondamente con il dilemma eterno dell’essere umano: chi siamo quando non indossiamo le nostre maschere?

L’eleganza della collezione “Geometria dell’Enigma” consolida un legame forte tra passato e presente, materia e forma. Il connubio tra la pietra antica e l’intreccio delicato del rattan, arricchito da dettagli in corda paglia e olivo intrecciato, dà vita a maschere che non nascondono, ma suggeriscono. In essa, l’enigma non è un ostacolo, bensì una grammatica visibile, un’espressione del pensiero che si manifesta nella permeabilità tra pieni e vuoti, tra luce e ombra, tra struttura e leggerezza. Questa dialettica formale e semantica richiama l’essenza stessa dell’opera di Puccini: un teatro dove ciò che è detto e ciò che è taciuto convivono alimentando il fascino misterioso delle emozioni umane.

La collezione “Anatomia del Doppio” interpreta magistralmente la duplice natura di Turandot, così come la relazione tra legno intarsiato e pietra. L’idea di un volto che non è unitario ma composito, fatto di trasparenze e silenzi, di rivelazioni e protezioni, crea un’immagine potente dell’identità come spazio complesso e stratificato. La maschera qui non è mai una finzione, ma un luogo aperto di incontro tra opposti, dove la differenza non genera frattura ma armonia vivente. Questa prospettiva è estremamente rilevante nel contesto contemporaneo, in cui la pluralità delle identità individuali e culturali viene finalmente riconosciuta come una ricchezza e non come un problema.

“Tre Atti” assume il volto come archetipo universale, esplorando la maschera come soglia fra apparenza e verità. Attraverso i grandi vassoi in pietra di grande impatto materico, su cui la scagliola traccia segni interrotti e ricomposti, la superficie si trasforma in palcoscenico della memoria. Questa capacità evocativa richiama il linguaggio teatrale e operistico, rendendo evidente la profonda sinergia tra arte visiva e musica lirica che permea tutta la mostra. Il gioco tra luce e ombra, tra luce diffusa e oscurità, rende ogni pezzo un piccolo dramma in miniatura, capace di stimolare l’immaginazione dello spettatore.

“I Guardiani” propone una figura più enigmatica e rituale, evocativa dei culti ancestrali e delle mitologie archetipiche. La base in pietra antica sostiene teste di sughero naturale e tostato, contrapposte per forma e materiale, e diventa un emblema della tensione tra rigore e morbidezza, tra durezza e vulnerabilità. Questi oggetti hanno la forza di ospitare lo spettatore in uno spazio liminale, fra realtà e mito, fra concreto e immaginario, e simboleggiano la funzione protettiva e sapienziale della memoria culturale.

“Permanenze Convergenti” approfondisce la relazione di coesistenza e riconoscimento tra pietra e sughero, in maniera quasi poetica. La sovrapposizione e il dialogo tra i due materiali generano una terza presenza, un volto emergente dalla fusione di elementi diversi ma complementari. Questo processo di creazione sottolinea come l’identità non sia mai statica o isolata, ma piuttosto frutto di un’interazione continua, di un tessuto di relazioni tangibili e invisibili. In questo la mostra si confronta con temi di grande attualità, come la sostenibilità e il rispetto delle risorse naturali, elevandoli a valori estetici e culturali.

La scelta del cartone ondulato nella collezione “Stratigrafie” pone l’accento sul contrasto tra leggerezza e solidità, industriale e naturale, transitorietà e monumentalità. L’effetto stratificato rinvia a un flusso temporale che si accumula nel volto, conferendogli una dimensione geologica ma anche effimera. Qui si percepisce chiaramente la volontà di proporre una narrazione visiva che si sviluppa lentamente, attraverso sedimentazioni successive di significati. È un invito alla riflessione sulla formazione delle identità personali e collettive, che nascono e si trasformano nel tempo.

Infine, la collezione “Persistenze” rappresenta forse l’apice emotivo e concettuale del progetto con la sua espressione di continuità e trasformazione. L’accostamento tra la pietra e il legno bruciato suggerisce la dialettica fra conservazione e mutamento, fra memoria geologica e traccia del passaggio umano. Il vaso-maschera qui diventa non solo un oggetto d’arte, ma un guardiano silenzioso e attento del tempo, un simbolo potente della resilienza e dell’effimero. Il suo sguardo invisibile accompagna lo spettatore in un viaggio introspettivo dove ogni variazione è una nuova domanda sull’essenza stessa dell’essere.

L’installazione esterna “Strata” di Savema Spa completa e amplifica con suggestione il discorso della mostra: un blocco unico di marmo Arabescato Corchia, trasformato per sottrazione controllata, evoca la calma ritualità di un gesto millenario che apre la materia senza distruggerla. Il concetto di sottrazione come disvelamento, di variazioni derivate da un’unica origine, parla di architettura, tempo e relazione in modo profondamente contemporaneo e meditativo. Questo lavoro conferisce alla mostra una dimensione pubblica e ambientale, un abbraccio fisico che fa respirare l’arte insieme alla natura e alla città.

In sintesi, “Gumdesign” è molto più di una mostra di design o di scultura: è un’esperienza estetica e concettuale che coinvolge corpo, mente ed emozioni, attraversata da un respiro storico e culturale di grande spessore. La fusione sapiente di materiali naturali e tecniche artigianali tradizionali con un’idea di progetto contemporaneo e innovativo racconta un dialogo profondo tra passato e presente, tra arte e vita. Nel centenario di Turandot, questa esposizione rinnova la forza evocativa dell’opera lirica.

*_©Angelo Antonio Messina