Un’intervista che si allarga oltre il libro “Non vado a scuola, mi annoio” e tocca il senso stesso dell’educazione oggi. Tra responsabilità, visione e cambiamento, Vittorio Sanna porta il discorso su un piano più profondo, mantenendo però uno sguardo concreto su ciò che accade ogni giorno.

 

 

“Stiamo educando bambini per il mondo che è stato o per quello che sarà?” è una domanda che attraversa tutto il tuo libro. È nata prima la domanda o la necessità di scrivere il libro?

È nata prima la domanda. Retorica. Provocatoria. Con l’intento di avere una risposta scontata: la scuola è rimasta dietro. Non la scuola in quanto singolo insegnante: la scuola come organizzazione, come risposta ad una domanda che non  si è fatta. O se se l’è fatta ha nascosto intimamente la risposta. Sta prendendo tempo. Sta cercando di tamponare e nascondere, cercando allo stesso di recuperare il tempo. 

Nel testo tocchi anche il tema della medicalizzazione del disagio. È un argomento delicato. Hai avuto timore di essere frainteso o di entrare in un terreno troppo divisivo?

Sono sempre a rischio di fraintendimento, ma stando dalla stessa parte degli insegnanti, quelli che vorrebbero lasciare un segno o aiutare i ragazzi a orientarsi, non ho paura di affrontare. Dal tempo dei tempi , chi non risponde ai canoni o è matto o è malato. Oggi non è una cosa netta, ma continuamente sfumata. Non c’è il bianco e nero, ci sono una notevole varietà di grigi. E quindi tutto ciò che non è  bianco, corrispondente a un modello medio teorico, del tutto inesistente, ma dentro il quale ci devi stare, finisce per essere certificato grigio. Così la scuola del bianco può continuare a lavorare sul suo bianco, anche se i grigi sono sempre molti di più. Oggi, forse, troppi

In alcuni passaggi avrei voluto più esempi concreti, più casi pratici. È una scelta per mantenere il discorso aperto oppure è qualcosa che magari svilupperai in futuro?

Assolutamente sì. Il libro vuole provocare una presa di consapevolezza collettiva perché non si pensi a un parere personale, anche rispettabile, ma unico. Vorrei diventasse una questione comune e collettiva per passare dall’identificazione del bisogno alla proposta concreta di soluzioni. Tante scuole, tante realtà, non hanno aspettato e in autonomia hanno adottato altre strategie per dare risposte concrete. Si tratta di dettare le linee perché diventi un servizio generale non un’opportunità singolare. Dalla consapevolezza del problema si passerà alla proposta di soluzioni. Ho già in mente le mie. Molte, da insegnante, già le adotto e le suggerisco. Vorrei anche diffonderle e discuterle. Per questo il libro fa parte di una serie dove entrare nel dettaglio o aprire l’orizzonte. Non solo con le analisi ma anche con le potenziali proposte operative

Guardando avanti, quali sono le tue ambizioni? Continuerai su questa linea di riflessione o senti il bisogno di esplorare anche altri aspetti della formazione e della società?

La mia ambizione è continuare cercando di aprire un fronte propositivo che unisca i formatori. Solo se Famiglia, Scuola, Sport e Territorio, capiscono che l’obiettivo della formazione e della valorizzazione dei nostri ragazzi è un compito e un obiettivo comune, solo allora s’interromperà la catena degli insuccessi che sfociano nel piccolo o grande dramma dove si cercano i colpevoli, si scaricano le responsabilità invece di fare quadrato e tentare dio sostenerci a vicenda. Fare squadra per vincere, ognuno nel proprio ruolo