Esteri

Hamas: i prigionieri israeliani ricevono ciò che Israele rende disponibile a Gaza

Le Brigate Al-Qassam, braccio armato di Hamas, si sono dichiarate pronte a collaborare con la Croce Rossa per garantire l'accesso di cibo e medicine ai prigionieri israeliani detenuti nella Striscia di Gaza, se Israele aprirà i corridoi per gli aiuti umanitari "in modo normale e permanente per il passaggio di cibo e medicine a tutta la popolazione in tutte le aree della Striscia e alla cessazione di ogni forma di attività militare durante le consegne dei pacchi ai prigionieri.

Le Brigate Al-Qassam non fanno morire di fame deliberatamente i prigionieri, che mangiano ciò che mangiano i nostri mujaheddin (combattenti) e i civili in generale, e non riceveranno alcun privilegio speciale in mezzo al crimine di fame e assedio", ha aggiunto il portavoce Hudhaifa Kahlout, noto con il nome di battaglia Abu Obeida.

Questa, in pratica la risposta di Hamas all'appello che ieri Netanyahu ha rivolto alla Croce Rossa di far arrivare aiuti umanitari agli israeliani ancora in vita prigionieri dei gruppi della resistenza palestinese.

La dichiarazione rappresenta una risposta diretta all'appello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva chiesto alla Croce Rossa internazionale di far arrivare urgentemente aiuti umanitari agli ostaggi israeliani ancora in vita.

Nel frattempo, la situazione a Gaza si aggrava giorno dopo giorno. Le Nazioni Unite avvertono che due delle tre soglie tecniche che definiscono la carestia sono già state superate. Tradotto in termini concreti: la carestia è già realtà. Circa 175 persone, prevalentemente donne e bambini, sono morte per fame o per malnutrizione. E il loro numero continua a crescere.

Nonostante l'annuncio da parte di Israele di voler facilitare l'arrivo degli aiuti, le agenzie umanitarie denunciano che ciò che arriva è ben al di sotto del necessario. Gaza ha bisogno di almeno 600 camion di aiuti al giorno, la quota attuale è solo una minima parte di ciò che è necessario a coprire i bisogni della popolazione. I civili sono alla mercé del caos, spesso costretti a rischiare la vita nei centri di distribuzione gestiti dal GHF, ormai teatro di tensioni e incidenti. Inoltre, come hanno fatto notare alcune associazioni umanitarie, gli aiuti paracadutati sono un ulteriore pericolo per i civili perché le aree in cui atterranno sono insicure e chi cerca di accedere ai beni rischia di essere preso di mira dalle IDF.

Senza un cessate il fuoco immediato, il collasso umanitario non è solo imminente: è già in atto. Le strutture civili sono al collasso, l'ordine pubblico è scomparso, e il prezzo lo pagano sempre gli stessi: i civili.

Ma non è solo Gaza a confrontarsi con le conseguenze di questa guerra. In Israele, almeno 18 ex alti funzionari della sicurezza – israeliani che sono stati ai vertici di Mossad, Shin Bet, esercito e polizia – hanno lanciato un appello per porre fine al conflitto.

In un video circolato sui social, sostengono che la guerra non ha raggiunto i suoi obiettivi e sta causando danni significativi all'immagine e alla sicurezza del paese.

"Questa guerra ha smesso di essere giusta. Sta portando Israele alla perdita della sua sicurezza e della sua identità", ha dichiarato Ami Ayalon, ex capo dello Shin Bet. Secondo Tamir Pardo, già a capo del Mossad, "una guerra senza obiettivi politici è garanzia di sconfitta". Amos Malka, ex capo dell'intelligence militare, ha aggiunto che "è passato oltre un anno da quando avremmo potuto concludere questa guerra con un risultato dignitoso". Invece, secondo Nadav Argaman, ex direttore dello Shin Bet, oggi Israele "sta solo cercando di compensare le perdite".

Mentre il governo israeliano continua con le operazioni militari e Hamas pone condizioni per il rilascio di aiuti, i civili – sia palestinesi che israeliani – restano ostaggi di una guerra sempre più logorante e priva di una chiara via d'uscita. La fame non aspetta, e nemmeno la politica può continuare a ignorare le crepe che si aprono dentro i propri apparati di sicurezza.

Un cessate il fuoco, oltre a essere una necessità umanitaria, si sta trasformando in un'urgenza strategica, in particolar modo per Israele.



Crediti immagine: Ali Jadallah—Anadolu/Getty Images

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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