Economia

L'Europa ripiomba nell'incubo energetico: inflazione, recessione e debiti, la nuova crisi del fossile travolge la Ue


Dallo stretto di Hormuz alla BCE, passando per il crollo industriale tedesco: la dipendenza dal petrolio e dal gas torna a presentare il conto all'Europa mentre il rischio stagflazione diventa sempre più concreto.


L'Europa si ritrova ancora una volta ostaggio dell'energia fossile. A pochi anni dal devastante choc seguito alla guerra in Ucraina, la nuova escalation in Medioriente sta riportando il continente dentro una crisi economica che rischia di essere ancora più lunga, più costosa e più destabilizzante. La Commissione europea ha rivisto al ribasso le stime di crescita, alzando invece quelle sull'inflazione, e il messaggio arrivato da Bruxelles è netto: il peggio potrebbe non essere ancora arrivato.

Il nodo centrale è lo stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa il 20% dell'energia fossile mondiale. Se il blocco dovesse proseguire o aggravarsi, l'Europa rischierebbe non soltanto un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio e del gas, ma anche penurie di prodotti raffinati, fertilizzanti ed elio, materiali fondamentali per l'industria, la logistica, l'agricoltura e perfino il settore sanitario e tecnologico.

La conseguenza immediata è una combinazione che terrorizza economisti e governi: crescita quasi ferma e inflazione in aumento. In altre parole, la stagflazione. La zona euro dovrebbe crescere appena dello 0,9% nel 2026, mentre l'inflazione globale è destinata a superare il 3%, dopo essere già salita dall'1,9% di febbraio al 3% di aprile, in coincidenza con l'intervento israelo-statunitense contro l'Iran e il successivo deterioramento dello scenario geopolitico.

Il commissario europeo all'Economia, Valdis Dombrovskis, ha sintetizzato la situazione con parole che suonano come un avvertimento: il conflitto in Medioriente ha provocato uno choc energetico importante proprio mentre l'Europa era già immersa in un contesto globale instabile, stretto tra tensioni commerciali, rallentamento economico e incertezza geopolitica.

In pratica, la Ue si trova schiacciata tra più crisi contemporaneamente. Da una parte il costo dell'energia torna a esplodere. Dall'altra, i governi europei devono aumentare drasticamente la spesa militare, seguendo gli impegni assunti in ambito NATO sotto pressione americana. E tutto questo mentre i conti pubblici sono già fortemente deteriorati.

La Commissione europea fotografa infatti una situazione fiscale estremamente fragile. Il deficit medio della zona euro passerà dal 3,1% del PIL nel 2025 al 3,6% nel 2027. Dieci Paesi superano già il limite del 3% previsto dalle regole europee e sei nazioni — Francia, Belgio, Slovacchia, Ungheria, Polonia e Romania — vanno oltre il 5%. Ancora più preoccupante il quadro del debito pubblico: la media europea salirà dall'82,8% all'85,3% del PIL, ma diversi grandi Paesi sono già oltre il 100%, tra cui Italia, Francia, Belgio e Grecia.

Ed è proprio l'Italia uno degli esempi più evidenti del prezzo pagato dalla dipendenza energetica. Più un'economia dipende da petrolio e gas importati, più subisce in modo violento gli choc internazionali. La transizione energetica incompleta rende il sistema europeo vulnerabile a ogni crisi geopolitica. E il paradosso è evidente: mentre Bruxelles continua a parlare di autonomia strategica, il continente resta esposto ai conflitti che attraversano il Golfo Persico.

A peggiorare ulteriormente il quadro c'è la politica monetaria della BCE. Il 10 e l'11 giugno il Consiglio direttivo dell'istituto centrale si riunirà a Francoforte per affrontare la nuova ondata inflazionistica. La presidente Christine Lagarde ha già anticipato la possibilità di un rialzo dei tassi dal 2% al 2,5%.

Un aumento che rischia però di soffocare ulteriormente un'economia già debole. Tassi più alti significano mutui più costosi, credito più difficile per le imprese, investimenti frenati e consumi sotto pressione. Lo choc energetico, infatti, non resta confinato ai mercati delle materie prime: si trasmette direttamente all'economia reale. Le aziende europee vedono aumentare i costi di produzione proprio mentre cala la domanda e cresce l'incertezza.

La Commissione europea avverte inoltre di un rischio spesso sottovalutato: le possibili interruzioni nelle catene produttive globali. Non si parla soltanto di petrolio, ma di materiali strategici come fertilizzanti ed elio. Quest'ultimo è essenziale in numerosi comparti industriali e scientifici, dalla risonanza magnetica alla produzione di semiconduttori. Una loro scarsità potrebbe provocare nuovi colli di bottiglia produttivi e aumentare ulteriormente i prezzi alimentari, aggravando la crisi sociale.

La situazione più drammatica riguarda però la Germania. La prima economia europea sta vivendo una trasformazione storica che mette in discussione l'intero modello economico costruito negli ultimi decenni. Berlino aveva fondato la propria competitività su tre pilastri: energia russa a basso costo, export verso la Cina e protezione militare americana. Tutti e tre oggi vacillano contemporaneamente.

L'industria tedesca continua a perdere circa 10mila posti di lavoro al mese. Dopo la recessione del 2023-2024, la crescita nel 2025 era stata appena dello 0,2%. Per quest'anno le previsioni indicano un modesto +0,6%, che dovrebbe salire allo 0,9% nel 2027. Numeri insufficienti per rilanciare davvero il motore industriale europeo.

La Francia mostra dati leggermente migliori, con una crescita prevista dello 0,8% quest'anno e dell'1,1% il prossimo, ma anche qui il quadro sociale si deteriora rapidamente. La disoccupazione è destinata a salire dal 7,7% del 2025 all'8,3% nel 2026, fino all'8,7% nel 2027.

Nel frattempo, il continente appare paralizzato. Non si parla ancora apertamente di “economia di guerra”, ma molti segnali puntano in quella direzione: aumento delle spese militari, inflazione energetica, razionamenti potenziali, difficoltà industriali, rialzo dei tassi e compressione della spesa sociale.

L'Europa si trova così davanti a una contraddizione gigantesca. Deve spendere di più per difendersi, mentre la crisi energetica erode crescita, salari e capacità fiscale. Deve accelerare la transizione energetica, ma nel breve periodo resta ancora dipendente dal fossile. Deve sostenere famiglie e imprese, ma ha le mani legate dai debiti accumulati e dalle regole di bilancio.

E soprattutto, si ritrova ancora una volta a pagare il prezzo delle proprie fragilità strategiche. Perché ogni nuova crisi internazionale dimostra quanto il continente sia rimasto vulnerabile sul terreno più decisivo di tutti: quello dell'energia.

Autore Mario Falorni
Categoria Economia
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