Economia

Pensione a 70 anni: la grande beffa del secolo. Promettevano di superare la Fornero, ma ci faranno lavorare fino alla tomba!

Avevano promesso di superare la Fornero. E in un certo senso, ci sono riusciti. Non nel senso sperato dai lavoratori, però: perché se la "legge dei professori monti-fornero" fissava il traguardo a 67 anni, ora si parla addirittura di 70! Un traguardo che, per molti, somiglia più a un miraggio che a una meta. Una macelleria sociale, come qualcuno l’ha definita: e in effetti, per un operaio, per un’infermiera, per un muratore, per un impiegato, arrivare alla pensione sembra sempre più difficile, quasi quanto mettere piede su Marte.

 La delusione per le pensioni nella Legge di Bilancio deriva principalmente dalla mancata rivalutazione completa degli assegni, dalla cancellazione di misure flessibili di uscita e dall'aumento dei requisiti per il pensionamento anticipato. Questa legge, insomma, penalizza il potere d'acquisto dei pensionati e genera incertezza, contribuendo a una diffusa insoddisfazione e ad una crescente sfiducia nella classe dirigente di questo paese.. 

Dietro la freddezza dei numeri dell’Istat si nasconde una verità semplice e scomoda: viviamo più a lungo, a loro dire, ma non necessariamente meglio. L’aspettativa di vita cresce - 80,6-81,3 anni per gli uomini, mentre per le donne è di circa 85,2-85,7 anni - e questo è, sulla carta, un trionfo della medicina, del benessere, del progresso.

Ma quel progresso ha un prezzo. Più anziani significa più pensioni da pagare e meno giovani che lavorano per sostenerle. Il sistema previdenziale, fondato sull’equilibrio tra chi versa e chi riceve, vacilla.

E così, per evitare che crolli, la soluzione sembra essere sempre la stessa: spostare sempre più in alto l'asticella dell’età pensionabile e ridurre sempre di più l'assegno della pensione!

La Manovra 2026 ha tentato un piccolo freno: l’aumento previsto per il 2027 sarà di un solo mese invece di tre. Una vittoria di facciata, un po’ di ossigeno in più, ma nulla che cambi la rotta. Quei tre mesi “risparmiati” non spariscono, vengono solo distribuiti negli anni successivi. Il processo è inarrestabile: nel 2050 andremo in pensione a quasi 69 anni, nel 2067 a 70.

 Eppure, nessun numero può raccontare davvero cosa significhi lavorare fino a quell’età. Le statistiche ignorano chi sul posto di lavoro ci lascia le penne prima di andare in pensione o solo poco tempo dopo, ignorano la fatica di chi passa quarant’anni a lavorare, la stanchezza cronica di chi lavora da una vita. L’aspettativa di vita media diventa così una condanna collettiva, senza tener conto della condizioni di vita reali.

Il paradosso è che celebriamo la presunta longevità come un successo, ma la traduciamo in più anni di lavoro, non in più anni di libertà. L’età pensionabile cresce in nome della sostenibilità dei conti, ma intanto cresce anche la disillusione di chi vede la propria pensione scivolare sempre più lontano.

C’è chi parla di necessità, di matematica inesorabile, di equilibri da salvare. Tutto vero. Ma il problema non può essere affrontato solo con il righello dei numeri. Serve una riflessione più ampia su come redistribuire il tempo e il lavoro, su come garantire che la longevità sia un diritto da vivere, non una tassa da pagare.

Perché un Paese che promette di “superare la Fornero” e finisce per mandare in pensione i suoi cittadini a 70 anni, forse non ha superato proprio un bel niente!. Ha solo spostato in avanti il confine della fatica, lasciando intatto il problema più profondo: l’incapacità di immaginare un futuro in cui lavorare tutta la vita non sia l’unico modo per meritarsi di viverla.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
ha ricevuto 314 voti
Commenta Inserisci Notizia