Esplosioni a Caracas: colpiti obiettivi militari e simbolici. Ecco cosa è accaduto prima del "rapimento" di Maduro da parte degli USA
Una serie di esplosioni e incendi aveva colpito nelle prime ore di sabato diverse aree militari e istituzionali nell’area metropolitana di Caracas, provocando blackout elettrici e alimentando una grave escalation di tensione internazionale.
A riferire i primi dettagli era stato il presidente colombiano Gustavo Petro, che in un messaggio pubblicato su X aveva parlato di un “bilancio al momento confermato” degli obiettivi colpiti in Venezuela. Secondo quanto riportato, sarebbero stati presi di mira siti di altissimo valore simbolico e strategico, tra cui il Palacio Federal Legislativo, sede del Parlamento venezuelano, e il Cuartel de la Montaña, dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez.
Petro aveva inoltre segnalato l’attivazione del piano di difesa presso il palazzo presidenziale di Miraflores. Nell’elenco degli obiettivi colpiti figuravano anche il Fuerte Tiuna, il principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, situata nel centro della capitale e che, secondo le informazioni diffuse, sarebbe stata resa inoperativa.
Tra gli altri siti menzionati compaiono la base n.3 dei caccia F-16 a Barquisimeto, la base militare di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Sempre secondo Petro, ampie zone della capitale, dal centro fino al sud della città, sono rimaste senza elettricità a causa di un blackout.
Il governo venezuelano aveva reagito denunciando la “gravissima aggressione militare” da parte degli Stati Uniti. Il presidente Nicolás Maduro aveva dichiarato lo stato di emergenza e ha invitato alla “mobilitazione” della popolazione. In una nota ufficiale, l’esecutivo aveva attribuito l’attacco a Washington, accusando gli Stati Uniti di voler “impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare petrolio e minerali”, con l’obiettivo di spezzare l’indipendenza politica del Paese.
“La sovranità nazionale e il diritto inalienabile del popolo venezuelano a decidere il proprio destino non verranno piegati”, si legge nel comunicato, che parla di un tentativo di imporre una “guerra coloniale” e un “cambio di regime”, destinati – secondo il governo – a fallire come in passato.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo aver dispiegato una flottiglia navale nei Caraibi, aveva evocato la possibilità di attacchi terrestri contro il Venezuela, affermando che i giorni di Maduro erano “contati”. I boati sono stati uditi fino alle 2:15 di notte ora locale.
Secondo quanto riferito da Cbs News, Trump avrebbe ordinato attacchi contro siti all’interno del Venezuela, incluse strutture militari. Anche Fox News ha citato funzionari statunitensi anonimi che avrebbero confermato il coinvolgimento diretto delle forze USA.
Sui social media circolano video e immagini di grandi incendi e colonne di fumo, come riportato dall’AFP, anche se non è stato possibile localizzare con precisione tutti i luoghi delle esplosioni, che sembrano concentrarsi nelle zone sud ed est della capitale. Residenti di quartieri come El Junquito, La Pastora, Macarao, El Hatillo, El Marqués e Los Ruices hanno riferito di forti rumori e detonazioni, oltre a interruzioni dell’elettricità.
Le interruzioni di corrente sono state confermate anche da giornalisti della CNN presenti a Caracas, che hanno segnalato il rumore di aerei subito dopo le esplosioni. Secondo testimonianze raccolte dalla Reuters, l’area meridionale della città, nei pressi di una grande base militare, risulta tra le più colpite dal blackout.