La Sea-Watch 5 attaccata dai libici in acque internazionali... utilizzando una motovedetta donata dall’Italia!
La Sea-Watch 5 attaccata in acque internazionali da una motovedetta donata dall'Italia. Novanta persone salvate dalla deriva diventano il bersaglio di milizie finanziate dall'Europa... e dall'Italia, con il governo Meloni che, ancora una volta, fa finta di non vedere.
Nel Mediterraneo, ormai, non si muore soltanto di naufragi, sete o abbandono. Si rischia di morire anche sotto il fuoco di milizie armate sostenute economicamente e politicamente dall'Europa. L'attacco contro la nave umanitaria Sea-Watch 5, avvenuto in acque internazionali dopo il salvataggio di novanta persone migranti alla deriva, rappresenta un salto ulteriore dentro una spirale di barbarie che il governo italiano continua a fingere di non vedere, pur avendone una responsabilità politica enorme.
Secondo le denunce delle ONG coinvolte, la cosiddetta “guardia costiera” libica ha aperto il fuoco contro l'imbarcazione della società civile tedesca per costringerla a dirigersi verso Tripoli. Non un episodio marginale, non una tensione diplomatica, ma un fatto gravissimo: uomini armati, appartenenti a strutture finanziate, addestrate ed equipaggiate anche con fondi italiani ed europei, che sparano contro chi salva vite umane. Il tutto mentre a bordo si trovavano cittadini italiani e decine di persone appena sottratte alla morte in mare.
È qui che cade definitivamente la narrazione costruita negli ultimi anni dalla destra italiana. Perché il governo di Giorgia Meloni continua a ripetere ossessivamente la formula della “lotta ai trafficanti”, ma nei fatti ha scelto di esternalizzare il controllo del Mediterraneo affidandolo a soggetti accusati da anni, da organizzazioni internazionali, magistrature e organismi umanitari, di torture, sequestri, violenze sessuali, riduzione in schiavitù e detenzione arbitraria. Il Memorandum Italia-Libia "inventato" dal colpevole Minniti (area dem!!!), mai realmente rimesso in discussione dai governi italiani succedutisi negli anni e oggi pienamente difeso dall'esecutivo Meloni, ha prodotto esattamente questo: la delega della violenza.
La contraddizione è diventata ormai insostenibile. Da una parte si criminalizzano sistematicamente le ONG, accusandole di essere un “fattore di attrazione” per le migrazioni; dall'altra si finanziano apparati armati libici che operano fuori da qualsiasi standard democratico e che, secondo numerose testimonianze, agiscono spesso come vere e proprie milizie private più che come forze statali. Quando però queste stesse milizie arrivano a sparare contro una nave umanitaria, il governo italiano improvvisamente si dichiara “non competente”, come Ponzio Pilato davanti alla propria responsabilità morale e politica.
Eppure la questione riguarda direttamente Roma. La motovedetta coinvolta nell'assalto, secondo le accuse delle associazioni, sarebbe stata donata proprio dall'Italia. È il risultato concreto di anni di cooperazione securitaria con la Libia, costruita sull'idea che bastasse allontanare fisicamente i migranti dalle coste italiane per cancellare il problema. Ma il problema non è mai stato cancellato: è stato semplicemente spostato più a sud, dentro un sistema opaco dove le violazioni dei diritti umani sono diventate strutturali.
Il Mediterraneo centrale, oggi, somiglia sempre meno a uno spazio regolato dal diritto internazionale e sempre più a una zona grigia dove prevale la legge del più forte. Pochi giorni fa l'assalto israeliano alla flottiglia diretta verso Gaza, ora gli spari contro la Sea-Watch 5. Due episodi diversi ma accomunati da un elemento inquietante: la progressiva normalizzazione dell'uso della forza contro soggetti civili impegnati in operazioni umanitarie o di soccorso. È il segnale di una crisi profonda del diritto internazionale, che ormai viene invocato solo quando conviene geopoliticamente e ignorato quando ostacola interessi strategici o propaganda interna.
Intanto, mentre la propaganda continua a parlare di “blocco delle partenze”, la realtà racconta altro. Le persone continuano a fuggire da guerre, persecuzioni, fame e collasso climatico. Continuano a salire su imbarcazioni precarie. Continuano a morire. Oltre trentamila esseri umani hanno perso la vita nel Mediterraneo negli ultimi anni, trasformando quella frontiera in un immenso cimitero. Eppure nessuna delle politiche costruite attorno al Memorandum con la Libia ha fermato davvero le migrazioni. Ha soltanto aumentato il livello di violenza, di ricatto e di impunità.
La verità che il governo italiano evita accuratamente di affrontare è che questa strategia non produce sicurezza. Produce caos. Produce brutalizzazione. Produce un sistema in cui uomini armati possono inseguire una nave umanitaria in acque internazionali e aprire il fuoco sapendo, probabilmente, che non subiranno conseguenze reali. Perché finché il loro lavoro sporco continuerà a essere utile all'Europa per ridurre gli arrivi visibili sulle coste italiane, la tentazione di chiudere un occhio resterà fortissima.
Ma c'è un punto oltre il quale il silenzio diventa complicità. E quel punto sembra essere stato superato da tempo.