Esteri

La resistenza dei cristiani in Palestina

All'indomani del grave attacco al complesso della Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei latini insieme a Sua Beatitudine Theophilos III, Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, sono entrati questa mattina a Gaza come parte di una delegazione ecclesiastica, esprimendo la comune sollecitudine pastorale delle Chiese di Terra Santa e la loro preoccupazione per la comunità di Gaza.Durante il soggiorno, la delegazione incontrerà i membri della comunità cristiana locale, offrirà cordoglio e solidarietà e sarà al fianco di coloro che sono stati colpiti dai recenti eventi. Sua Beatitudine il Cardinale Pizzaballa valuterà personalmente i bisogni umanitari e pastorali della comunità, per aiutare a guidare la presenza e la risposta continua della Chiesa.Su richiesta del Patriarcato latino e in coordinamento con i partner umanitari, è stato assicurato l'accesso per la consegna di assistenza essenziale non solo alla comunità cristiana ma anche al maggior numero possibile di famiglie. Si tratta di centinaia di tonnellate di scorte alimentari, kit di pronto soccorso e attrezzature mediche urgentemente necessarie. Inoltre, il Patriarcato ha assicurato l'evacuazione di persone ferite nell'attacco verso istituzioni mediche al di fuori di Gaza, dove riceveranno le cure del caso.Ringraziamo Sua Santità Papa Leone XIV che ha chiamato il Cardinale Pizzaballa e il Patriarca Theophilos all'ingresso a Gaza per offrire il suo sostegno, la sua vicinanza e le sue preghiere.Preghiamo per la sicurezza della delegazione e per la sospensione delle attività militari durante la visita.Il Patriarcato latino rimane fermo nel suo impegno verso la comunità cristiana e l'intera popolazione di Gaza. Non saranno dimenticati, né abbandonati.

Dopo il comunicato pubblicato a inizio settimana per denunciare l'ennesimo attacco nei confronti della comunità cristiana palestinese di  Taybeh, i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme si sono nuovamente visti costretti a diramare la nuova nota a seguito dell'attacco di ieri da parte delle IDF contro il complesso della Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza.


Intanto, il villaggio cristiano di Taybeh continua a lottare per la sua sopravvivenza come ci spiega Michele Giorgio nel suo ultimo articolo su il manifesto.

Nel cuore della Cisgiordania, tra le colline a est di Ramallah, il piccolo villaggio di Taybeh è l'unico interamente cristiano in tutta la Palestina. Oggi sta lottando per la sopravvivenza. Sotto pressione costante da parte dei coloni israeliani e schiacciato dal peso dell'occupazione militare, Taybeh è diventato un simbolo della lenta agonia della presenza cristiana in Terra Santa.

A guidare spiritualmente questa comunità martoriata è padre Bashar Fawadleh, giovane ma già gravato da un ruolo che va ben oltre le normali responsabilità religiose. Parroco della chiesa cattolica di Cristo Redentore, racconta senza retorica la difficile quotidianità: «Il mio è un compito delicato, non tanto per motivi religiosi, ma perché ogni giorno la vita dei nostri abitanti è minacciata». Mentre scorre sul suo telefono le notizie dei bombardamenti israeliani su Gaza – come quello recente contro la chiesa della Sacra Famiglia, dove è rimasto ferito padre Gabriel Romanelli – non riesce a contenere la frustrazione: «Non hanno più limiti: attaccano tutto e tutti, moschee, chiese, civili, donne, bambini. E il mondo resta in silenzio».

Le parole del giovane sacerdote si fanno ancora più dure quando descrive la crescente violenza dei coloni israeliani. Solo negli ultimi giorni, racconta, un colono ha portato il suo bestiame a pascolare nei pressi della chiesa bizantina di San Giorgio, un sito sacro risalente al V secolo. «Gli abbiamo spiegato che era un luogo religioso, ma ci ha ignorati e ci ha anche minacciati con un bastone».

La tensione è palpabile in ogni angolo di Taybeh. I coloni non si limitano a intimidazioni simboliche: creano avamposti, bloccano i contadini durante il raccolto, lasciano le loro mandrie libere di devastare i campi coltivati. «Hanno messo le mani su una delle nostre aree agricole più fertili, 1.700 ettari pieni di ulivi e coltivazioni. Così ci tolgono il pane», spiega Anton, un commerciante locale.

Il risultato è una fuga lenta ma costante. Secondo padre Bashar, solo negli ultimi mesi più di dieci famiglie hanno abbandonato Taybeh. Su una popolazione di 1.200 persone, è quasi il 10%. Destinazioni tipiche? Stati Uniti, Guatemala e Cile, dove già vivono migliaia di palestinesi originari del villaggio.

La pressione, però, non colpisce solo Taybeh. La popolazione cristiana in Cisgiordania è in calo costante: da 46.000 nel 2017 a meno di 40.000 oggi. Un declino che sembra inarrestabile, aggravato da una crisi economica sempre più feroce, dalle restrizioni alla libertà di movimento e dalle aggressioni sempre più frequenti.

Eppure, non tutti sono disposti a cedere.

Butheina Khouri, 52 anni, è una delle voci più determinate. La sua famiglia ha fondato negli anni '90 il birrificio e la cantina di Taybeh, simboli di un'economia locale che voleva rinascere dopo gli Accordi di Oslo. Ma la speranza si è infranta. «L'occupazione ci toglie l'aria. È sempre più difficile trasportare la birra o il vino a causa dei posti di blocco e dei raid. I coloni completano il lavoro: ci fanno sentire esausti e infelici per costringerci a partire. Ma noi non ce ne andremo».La sua è una resistenza silenziosa, fatta di ostinazione e di attaccamento profondo alla terra. «I palestinesi cristiani sono palestinesi come tutti gli altri: resistiamo, non ci arrendiamo, perché questa è la nostra terra. Ci basta poco per sopravvivere».

Taybeh non è solo un villaggio: è la testimonianza vivente di una fede che non si spezza, di una comunità che, pur circondata dalla violenza, continua a lottare per rimanere dove è nata. Ma quanto a lungo potrà resistere ancora, prima che l'assedio – lento e sistematico – completi il suo scopo?

Un'ultima considerazione. Quando sentite in tv quei pagliacci di politici e giornalisti lanciare accuse di antisemitismo alla sanfasò per difendere e giustificare l'apartheid e il genocidio dello Stato canaglia di Israele (lo Stato non il solo governo Netanyahu... va sottolineato, non una, ma decine di volte) raffrontate le dichiarazioni assurde - probabilmente pagate - di quei saltimbanchi con la dignità dei resistenti palestinesi di cui Michele Giorgio e il manifesto ci hanno regalato testimonianza.

Autore Giuseppe Ballerini
Categoria Esteri
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