La politica, ormai da troppi anni, ha smesso di essere una cosa seria e ha scelto il registro della commedia all’italiana nella sua versione televisiva, litigiosa e urlata: battute a effetto, maschere ricorrenti, nemici caricaturali e una scena pubblica dove il problema non è governare per il bene dei cittadini, ma bucare lo schermo. In questo contesto, è quasi inevitabile che i politici smettano di occuparsi dei problemi degli italiani per concentrarsi ora su questo, ora su quello e oggi… persino sui loro presunti ‘colleghi di palcoscenico’: i comici.
L’ultimo atto va in scena attorno a Sanremo 2026 e al caso Andrea Pucci, che rinuncia alla co-conduzione della terza serata dopo una valanga di critiche, insulti e minacce per alcune battute del passato, tra cui quelle giudicate di body shaming nei confronti di Elly Schlein. A intervenire non è un garante Rai né il direttore artistico del Festival, ma direttamente la presidente del Consiglio. Giorgia Meloni, in un colloquio con il Corriere della Sera, decide di trasformare una polemica da palcoscenico in uno scontro politico frontale.
Il bersaglio è quello consueto: il presunto doppiopesismo della sinistra. “Non lo sopporto”, dice Meloni, rivendicando un principio di equità che, a suo dire, verrebbe sistematicamente violato. Per dimostrarlo cita alcune vignette satiriche su di lei firmate da Natangelo sul Fatto Quotidiano: Meloni inginocchiata davanti a Trump, Meloni che ironizza sui “90 gradi” dell’appoggio all’Ucraina, Meloni con la gonna sollevata dal vento e lo slip marchiato “FdI –1,3%”. Satira dura, volgare per alcuni, legittima per altri. Ma il punto è un altro.
La domanda della premier è retorica ma efficace: quando colpiscono me è satira, quando colpiscono Schlein è sessismo? Su di noi si può dire tutto, su di loro solo ciò che condividono? È una provocazione che intercetta un sentimento reale nel Paese: la percezione che esistano due metri e due misure nella gestione dell’indignazione pubblica. Ed è proprio su questa percezione che la destra costruisce consenso, spesso più che su riforme previdenziali, salari o sanità.
Meloni aggiunge poi un ulteriore tassello: la contrarietà alla politica sul palco dell’Ariston. Sanremo dovrebbe restare neutro, lontano dalle battaglie ideologiche. Pucci, se avesse partecipato, andava semmai invitato a non parlare di politica, non certo escluso preventivamente. Minacciarlo, chiederne l’estromissione, equivale a una forma di censura culturale che la premier dichiara di non accettare. E chiude con l’ennesima stoccata: “Noi, a differenza loro, non abbiamo mai chiesto la censura di nessun comico”.
Il paradosso è evidente. Da un lato si invoca la libertà della satira, dall’altro si pretende di stabilire quando e dove possa essere esercitata. Si chiede di tenere la politica fuori da Sanremo, ma ci si entra a gamba tesa per commentare un caso fatto di battute, offese e sensibilità. È la politica-spettacolo che critica lo spettacolo, usando però lo stesso linguaggio.
Alla fine, la sensazione è che il vero problema non sia Pucci, né Sanremo, né la satira. Il problema è che in Italia la politica ha smesso di volare alto e razzola basso. E così, mentre i comici vengono processati per le loro battute, il Paese resta sullo sfondo: una comparsa silenziosa in una commedia che fa ridere sempre meno.


