Abbiamo raggiunto un accordo su dazi e commercio con gli Stati Uniti.
L’accordo di oggi porta certezza in tempi incerti. Offre stabilità e prevedibilità per i cittadini e le imprese da entrambe le sponde dell’Atlantico. È un’intesa tra le due economie più grandi del mondo. Ogni anno scambiamo merci per 1.700 miliardi di dollari. Insieme rappresentiamo un mercato di 800 milioni di persone e quasi il 44% del PIL mondiale. A poche settimane dal vertice NATO, questo è un altro tassello che rafforza il partenariato transatlantico.Entrando nei dettagli: abbiamo fissato un dazio unico del 15% per la stragrande maggioranza delle esportazioni europee. Questa tariffa si applica a quasi tutti i settori, inclusi auto, semiconduttori e farmaci. Il 15% rappresenta un tetto massimo, senza cumuli o extra. Tutto incluso. Questo dà finalmente chiarezza a cittadini e imprese, ed è fondamentale.Abbiamo anche concordato tariffe zero su zero per diversi prodotti strategici: tutti gli aerei e i loro componenti, alcune sostanze chimiche, farmaci generici selezionati, attrezzature per semiconduttori, certi prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime critiche. Continueremo a lavorare per allargare questa lista.Per acciaio e alluminio, UE e USA affrontano lo stesso problema globale: l’eccesso di capacità. Lavoreremo insieme per garantire una concorrenza leale a livello globale. Per favorire il commercio tra noi, i dazi verranno ridotti e introdurremo un sistema di quote.Aumenteremo anche la cooperazione energetica. L’acquisto di energia dagli Stati Uniti ci aiuterà a diversificare le fonti e rafforzare la sicurezza energetica europea. Sostituiremo gas e petrolio russi con grandi quantità di gas naturale liquefatto (GNL), petrolio e combustibili nucleari americani.I chip AI americani alimenteranno le nostre gigafactory dedicate all’intelligenza artificiale e aiuteranno gli USA a mantenere il vantaggio tecnologico.Con questo accordo stiamo dando più prevedibilità alle nostre imprese. In un periodo turbolento, è essenziale per permettere loro di pianificare e investire. I dazi saranno alleggeriti subito, con un impatto chiaro sui bilanci delle aziende. Inoltre, garantiamo l’accesso al nostro mercato d’esportazione più grande, e allo stesso tempo apriamo di più il nostro mercato ai prodotti americani. Questo favorirà i consumatori europei e renderà le nostre imprese più competitive.L’accordo offre una base per tagliare ancora altri dazi in futuro, affrontare barriere non tariffarie e collaborare sulla sicurezza economica. Quando UE e USA lavorano insieme, i vantaggi sono concreti per entrambi.Stiamo anche costruendo una vera politica economica estera. E abbiamo iniziato da casa nostra. Stiamo agendo in modo deciso per rendere l’Europa più competitiva, innovativa e dinamica. Il nostro mercato unico, con 450 milioni di consumatori, è il nostro bene più prezioso e la nostra ancora di salvezza in tempi difficili.Stiamo anche aprendo nuovi accordi commerciali in tutto il mondo – oltre ai 76 già esistenti. Negli ultimi mesi abbiamo concluso negoziati con Mercosur, Messico e Indonesia. In un mondo instabile, l’Europa è un partner affidabile. E continueremo a firmare accordi per proteggere la nostra prosperità.Infine, voglio ringraziare personalmente il Presidente Trump per il suo impegno e la sua leadership nel raggiungere questo traguardo. È un negoziatore duro, ma anche un uomo d’affari che sa chiudere gli accordi. Grazie anche al Commissario Maroš Šefčovič e al suo team per il lavoro instancabile e la guida esperta: hanno fatto gran parte del lavoro pesante. E grazie agli Stati membri per la fiducia e l’impegno. La nostra unità è la nostra forza, in Europa e nel mondo. Continueremo a lavorare sodo per il bene di tutti gli europei.Grazie.

Questo il disperato tentativo di Ursula von der Leyen di far credere vantaggioso un accordo che di vantaggioso non ha nulla per l'Europa.

Nel migliore dei casi si può dire che per alcuni Paesi, in base alle convenienze delle proprie economie, i dazi al 15% sono il male minore. La Germania, ad esempio, può assorbire il costo sull'esportazione di macchine come Mercedes e BMW. Ma per altre nazoni si potrà dire lo stesso?

Per ragioni di "bottega politica" la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha commentato così in prima battita la capitolazione dell'Ue ai diktat di Trump:

"Giudico positivamente il fatto che si sia raggiunto un accordo, ho sempre pensato e continuo a pensare che un'escalation commerciale tra Europa e Stati Uniti avrebbe avuto conseguenze imprevedibili e potenzialmente devastanti. Bisognerà studiare i dettagli dell'accordo, bisognerà lavorare ancora sull'accordo perché quello sottoscritto ieri è di massima, giuridicamente non vincolante, quindi nei dettagli bisogna ancora andare, c'è ancora da battersi...Bisogna verificare quali sono le possibili esenzioni, particolarmente su alcuni prodotti agricoli. Ci sono una serie di elementi che mancano così come non so a che cosa ci si riferisca quando si parla di investimenti, acquisto di gas... questo non sono in grado di valutarlo finché non ho i dati chiari".

Ovviamente, Meloni minimizza e svicola, visto che - ad esempio - lei stessa, gà  mesi fa, aveva anticipato la volontà dell'Italia di acquistare il "costosissimo" gas liquido USA per compiacere Trump.


Le opposizioni non possono che affondare il coltello nella piaga.

"Quello presentato da Trump - dichiara Carlo Calenda di Azione - non è un accordo, ma una capitolazione dell'Europa. Tariffe a zero vs 15% e acquisti di energia per 750 mld e armi a piacere, più 600 miliardi di investimenti europei in USA. Stasera mi vergogno di essere europeo. La von der Leyen ha fatto la figura della scolaretta e dovrebbe essere mandata via, seduta stante".


Più prolisso Matteo Renzi, Italia Viva

"L’accordo tra Stati Uniti ed Europa sui dazi non è un accordo: è la resa incondizionata dell’Europa al sovranismo di Trump. La verità è che i sovranisti fanno male al mondo.E se oggi il governo americano festeggia, accordi coloniali di questo genere porteranno sul medio periodo gli Stati Uniti a perdere la propria forza morale ed economica. Con il piano Marshall l’America ha guidato il mondo per decenni, con le tariffe l’America fa del male innanzitutto ai propri alleati europei.Il sovranismo fa male all’Italia, fa male all’economia, fa male alla libertà. E sul medio periodo persino agli americani. Per uno come me, cresciuto con il mito degli Stati Uniti democratici di Kennedy e Clinton, è arrivato il momento di rimpiangere persino la destra di Ronald Reagan, i cui discorsi contro i dazi, non a caso, sono tornati di moda in queste settimane.La destra liberale e liberista non avrebbe mai potuto partorire un obbrobrio economico e giuridico come quello di queste ore. E la destra europea di Kohl, Chirac, Berlusconi, Aznar e ovviamente della Thatcher non avrebbe mai accettato un accordo del genere.Giorgia Meloni del resto pubblica i libri in America con la prefazione di Trump jr, non disturba il manovratore, si era presentata come il ponte tra Stati Uniti ed Europa. Oggi il ponte di Giorgia è crollato. Dove sono i 25 miliardi che Meloni aveva promesso per il sistema produttivo in caso di dazi al 10%? I dazi sono al 15% eppure Palazzo Chigi studia la partecipazione di Meloni a Sanremo e addirittura un film a Hollywood. L’economia italiana è in crisi e la Meloni si rimangia i 25 miliardi promessi, ma studia la partecipazione a Sanremo.Voi direte: eh, ma toccava all’Europa trattare. Certo. Erano stati i sovranisti italiani a dire che Giorgia Meloni avrebbe risolto il problema, visto il rapporto con Trump. Nessuno di noi ci aveva creduto, ma loro lo avevano detto. E adesso è chiaro che questa era solo una FAKE NEWS, un’arma di distrazione di massa, era una delle tante veline dell’influencer, ripetuta all’ossesso dai Tg Rai, dalla Mediaset di Pier Silvio Berlusconi, rilanciata dai quotidiani della destra tutti zitti. Tutti a dire: facciamoci andare bene questo 15%. È una follia come è una follia obbligarci a comprare gas per tre anni a quei prezzi, come è una follia pagare le armi americane. Se l’Europa accetta di essere strutturalmente dipendente su armi (a pagamento) e su gas (mai stato in passato), siamo al colonialismo. Punto. Il resto sono chiacchiere. L’alleanza strategica Stati Uniti Europa è diventata colonialismo.Colpa di Trump? Certo. Ma colpa anche dell’Europa. Mai vista una leadership così insulsa e dannosa come quella di Ursula von der Leyen. Mandare Ursula von der Leyen a trattare con Trump è come mandare Cappuccetto Rosso a dialogare con il lupo. E la responsabilità è innanzitutto del Partito Popolare Europeo che ha scelto per due mandati quest’algida burocrate già responsabile di aver distrutto la manifattura con il Green Deal e ora impegnata a dare il colpo di grazia all’economia europea.Dite che sono troppo pessimista? Purtroppo sono realista. Che fossero dazi amari lo sapevamo, ma non pensavamo fossero così amari.Credo che questo sia un momento difficile per l’Italia: un Paese che vive di globalizzazione costretto a essere guidato da sovranisti incapaci di dire no a Washington. Ma credo anche che sia uno dei momenti culturalmente più bassi per l’Europa, che firma un accordo capestro negoziato da dirigenti incapaci con una leadership burocratica priva della minima visione politica".


Gianni Cuperlo, Pd: 

"Oggi, se vi va, proviamo a ragionare sull’accordo raggiunto ieri in Scozia in materia di dazi, definito da Trump “un grande successo” mentre la presidente della Commissione europea si è limitata a dire che “poteva andare peggio”.Allora, come sapete l’accordo Usa-Ue prevede dazi al 15% per le merci importate negli Stati Uniti dall’Europa (includendo farmaci, semiconduttori e auto) mentre l’importazione di merci americane proseguirà secondo le regole precedenti.L’Europa, inoltre, si è impegnata a comperare sistemi di difesa ed energia per la modica cifra di 750 miliardi (600 miliardi dovrebbero essere destinati all’acquisto di armi).L’acquisto di energia dovrebbe essere suddiviso nei prossimi tre anni, quindi coprire l’intero mandato attuale di Trump. Le tariffe su acciaio e alluminio rimangono al 50% (tenendo conto che per l’Europa non si tratta di un settore altamente strategico). Ancora Donald Trump ha commentato l’accordo così: “Penso che sarà fantastico per entrambe le parti“. Per una non c’è da dubitarne.Accordo chiuso e partita risolta, dunque?
La maggior parte dei commenti spiega che non è affatto così: non ci sono garanzie che questo sia l’atto finale della guerra commerciale avviata il 2 aprile scorso con il Liberation Day (l’annuncio della Casa Bianca di dazi commerciali a tout le monde).Per dire, il Giappone sta discutendo una serie di interpretazioni dell’accordo raggiunto da pochi giorni mentre il Canada alimenta uno scontro interpretativo a settimane alterne. Anche l’accordo stretto con l’Unione Europea si presenta orfano di dettagli e quindi ritenere la partita archiviata potrebbe riservare ulteriori sgradevoli sorprese.Ma vediamo, rapidamente, l’impatto potenziale sulla nostra economia.Dopo l’Irlanda, siamo il paese più esposto alle conseguenze dei dazi da parte americana, avendo l’11% della nostra occupazione (auto, moda, farmaceutica) legata a quelle tipologie di esportazione verso oltre oceano.Secondo Confindustria, la miscela di tariffe al 15% e dell’indebolimento del dollaro (la caduta di valore della valuta americana ha raggiunto il 13% dall’insediamento di Trump) è destinata a provocare una perdita dell’export italiano pari a circa 22,6 miliardi (solamente 10 di questi sarebbero recuperabili su altri mercati); nello specifico parliamo di macchinari per 4,3 miliardi, farmaceutica per 3,4, alimentari per 1,8, autoveicoli per 1,3 miliardi.Tradotto: decine di migliaia di posti di lavoro a rischio in una condizione della nostra economia che soffre da oltre due anni di un calo della produzione industriale e dove l’incremento del tasso di occupazione deriva da un incremento contestuale di lavoro precario e sottopagato.Che le opposizioni definiscono, dunque, quello stretto ieri un accordo capestro sembra una pura fotografia oggettiva.Sulla partita delle armi, fiumi di retorica cresciuti attorno alla costruzione di un esercito europeo e di un sistema di difesa autonomo crollano a fronte dell’impegno ad acquisire per 600 miliardi sistemi d’arma di produzione americana con l’inevitabile conseguenza di tagliare investimenti e spese in politiche sociali e di welfare.Dinanzi a tutto questo il governo italiano, a partire dalla stessa presidente del consiglio, rivendica un risultato tutto sommato positivo (sic), e poco conta che lo stesso ministro Giorgetti avesse definito “insostenibili” dei dazi superiori al 10%.Che dire? È il sovranismo, bellezza!

Se tanto tanto si conosce un po’ della storia del Novecento (storia economica in questo caso) è difficile negare come il nazionalismo porti esattamente a questo sbocco (come abbiamo ricordato altre volte e in altri post “dove non passano le merci, prima o poi passano le armi”).

Che fare? Intanto capire meglio quali saranno le conseguenze di quanto sta avvenendo nell’immediato (l’interpretazione dell’accordo a cui facevo cenno).

Ma non basta: bisogna anche rendere più veloce la firma di nuovi accordi commerciali con aree diverse del mondo, cominciando dal Mercosur; favorire la ripresa del mercato interno affrontando finalmente con radicalità la nostra questione salariale; sollevare (le proposte ci sono) l’urgenza di politiche di redistribuzione rilanciando una strategia di investimenti a livello nazionale.

Tutte cose sulle quali, come spiega Antonio Misiani, il governo risulta fermo all’anno zero".