A cinque anni dall’avvio del Piano nazionale di ripresa e resilienza, la riforma della sanità territoriale procede con ritardi significativi e una parte consistente delle risorse disponibili non risulta ancora spesa. È quanto emerge dall’analisi dell’Area Stato sociale e Diritti della Cgil nazionale sui dati della piattaforma ReGiS relativi alla Missione 6, dedicata alla salute, aggiornati al 13 giugno 2026 e presentati dal sindacato il 22 ottobre.
«Troppo poco e troppo tardi», è il giudizio della segretaria confederale della Cgil, Daniela Barbaresi, che denuncia il numero ancora limitato di opere completate e collaudate e un livello di spesa insufficiente rispetto ai finanziamenti previsti. Il problema riguarda in particolare le strutture destinate a rafforzare l’assistenza vicino ai cittadini: Case della Comunità e Ospedali di Comunità, due elementi centrali della riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale.
La questione non riguarda soltanto la realizzazione degli edifici. Perché la riforma produca risultati concreti, occorre che le strutture siano completate, attrezzate e dotate di personale in numero adeguato, in grado di garantire servizi effettivamente accessibili.
Missione 6, oltre 10mila progetti ma meno della metà dei fondi pagati
La Missione 6 del PNRR comprende oltre 10mila progetti, con finanziamenti complessivi pari a 20,2 miliardi di euro, di cui 14,9 miliardi provenienti direttamente dal Piano. Secondo i dati ReGiS analizzati dalla Cgil, al 13 giugno 2026 i pagamenti effettuati ammontavano a 8,9 miliardi, pari al 44,2% dei fondi disponibili.
Anche sul fronte della realizzazione degli interventi il quadro presenta criticità: risultava completato il 53,5% dei progetti monitorati. Il dato va letto tenendo conto che la Missione comprende investimenti differenti, dalle strutture territoriali alla telemedicina, fino all'ammodernamento tecnologico degli ospedali. La percentuale complessiva, quindi, non descrive da sola lo stato di ciascun intervento, ma segnala la distanza tra le risorse programmate e l'avanzamento registrato dal monitoraggio.
La componente che concentra le maggiori difficoltà è la C1, dedicata alle reti di prossimità, alle strutture per l'assistenza territoriale e alla telemedicina. È proprio in questo ambito che si gioca una parte importante della riforma: ridurre la pressione sugli ospedali, migliorare la presa in carico dei malati cronici e offrire ai cittadini servizi sanitari più vicini al luogo in cui vivono.
Case della Comunità: completato appena il 34,4% dei progetti
Il dato più preoccupante riguarda le Case della Comunità, destinate a diventare il punto di riferimento territoriale per l'assistenza sanitaria e sociosanitaria. Per questo capitolo erano previsti 1.436 progetti, con finanziamenti per 2,8 miliardi di euro. Al 13 giugno risultava completato soltanto il 34,4% degli interventi, mentre i pagamenti raggiungevano il 44,1% dei fondi disponibili.
La Cgil segnala ritardi nella fase di esecuzione dei lavori per oltre un terzo dei progetti. Un andamento che solleva interrogativi sulla capacità di rendere operative le strutture nei tempi previsti e di garantire ai cittadini servizi effettivamente fruibili.
Le Case della Comunità dovrebbero integrare medici di medicina generale, infermieri, specialisti e servizi sociali, facilitando l'accesso alle cure e la gestione delle patologie croniche. La loro funzione è anche quella di evitare che problemi sanitari affrontabili sul territorio finiscano per gravare sui pronto soccorso e sugli ospedali. Senza strutture funzionanti e personale adeguato, questo cambiamento organizzativo rischia però di non tradursi in un miglioramento concreto dell'assistenza.
Ospedali di Comunità, completato meno di un progetto su quattro
La situazione appare ancora più critica per gli Ospedali di Comunità, strutture intermedie pensate per assistere pazienti che non necessitano di un ricovero ospedaliero per acuti, ma che non possono essere seguiti adeguatamente a domicilio.
Dei 437 progetti previsti, finanziati con 1,3 miliardi di euro, soltanto il 24,7% risultava completato. I pagamenti effettuati erano pari al 40,2% dei fondi disponibili. Inoltre, secondo l'analisi sindacale, circa la metà dei progetti registrava ritardi nella fase di esecuzione dei lavori.
L'obiettivo di questi presidi è offrire assistenza sanitaria a bassa intensità clinica, con sorveglianza infermieristica continuativa, anche durante la notte. Dovrebbero accogliere, per esempio, persone con patologie croniche riacutizzate o pazienti che, dopo una fase ospedaliera, hanno bisogno di cure intermedie prima di tornare a casa.
La realizzazione degli edifici, tuttavia, rappresenta soltanto una parte dell'investimento. Perché questi servizi possano funzionare, occorrono équipe sanitarie, organizzazione dei turni, attrezzature e collegamenti con gli altri presidi del Servizio sanitario nazionale.
Assistenza domiciliare e telemedicina: risultati migliori, ma la spesa è al 49%
Un quadro relativamente più avanzato emerge per il capitolo «Casa primo luogo di cura e telemedicina». Dei 945 progetti previsti, l'80% risultava completato, con finanziamenti complessivi pari a 6,1 miliardi di euro. I pagamenti effettuati ammontavano però al 49% delle risorse disponibili.
Questa componente comprende interventi destinati a rafforzare l'assistenza domiciliare e a utilizzare le tecnologie digitali per seguire i pazienti, soprattutto quelli affetti da patologie croniche. L'obiettivo è consentire a un numero maggiore di persone di ricevere cure a casa, riducendo gli accessi evitabili in ospedale e migliorando la continuità assistenziale.
La distanza tra avanzamento dei progetti e pagamenti effettuati richiede comunque una lettura attenta: le due percentuali misurano aspetti diversi e non sono direttamente sovrapponibili. Il dato sulla spesa, da solo, non dimostra che ogni progetto sia in ritardo; nel complesso, tuttavia, la Cgil richiama l'attenzione sulla necessità di accelerare l'attuazione degli investimenti.
Il nodo del personale: servono oltre 36mila assunzioni
Accanto ai ritardi dei cantieri, il sindacato individua un problema altrettanto rilevante: la carenza di personale. Secondo Daniela Barbaresi, per rispettare gli standard organizzativi previsti dal decreto ministeriale 77 del 2022 e garantire il funzionamento delle nuove strutture occorrono oltre 36mila assunzioni, senza contare i medici.
La stima della Cgil comprende:
- 19.729 infermieri;
- 14.110 operatori sociosanitari;
- 1.436 assistenti sociali;
- 874 altre figure professionali.
Il totale è di 36.149 unità. Si tratta del fabbisogno indicato dal sindacato per queste categorie professionali, cui va aggiunto il personale medico necessario a garantire l'assistenza.
Il problema riguarda anche la copertura degli orari. Gli standard del DM 77/2022 prevedono per le Case della Comunità hub una presenza medica continuativa, 24 ore su 24 e sette giorni su sette. Per le strutture spoke è prevista una presenza di almeno 12 ore al giorno per sei giorni alla settimana, secondo il modello organizzativo stabilito.
La Cgil contesta quindi l'ipotesi di affidarsi a una disponibilità medica limitata a poche ore settimanali: un modello che, secondo Barbaresi, non consentirebbe di assicurare la piena operatività delle strutture. La questione è particolarmente delicata perché il nuovo sistema territoriale dovrebbe ampliare l'accesso alle cure, non limitarsi a trasferire i servizi in edifici diversi da quelli già esistenti.
Obiettivi PNRR rivisti e scadenze da rispettare
I ritardi denunciati dalla Cgil si inseriscono in un percorso che ha già richiesto una revisione degli obiettivi infrastrutturali. La documentazione ufficiale del Ministero della Salute spiega che, a causa dell'aumento dei costi dei materiali da costruzione e delle difficoltà nel reperire finanziamenti aggiuntivi, la rimodulazione del PNRR approvata nel dicembre 2023 ha ridotto alcuni traguardi minimi.
Per le Case della Comunità, l'obiettivo europeo è passato da 1.350 a almeno 1.038 strutture rinnovate e tecnologicamente attrezzate; per gli Ospedali di Comunità, da 400 ad almeno 307. Il Ministero precisa che, per realizzare anche gli interventi inizialmente programmati oltre questi obiettivi minimi, possono essere utilizzate risorse alternative, comprese quelle nazionali, regionali e dei fondi per le opere pubbliche.
Questo elemento è importante per interpretare i dati: il numero di progetti censiti dalla Cgil non coincide automaticamente con il numero di strutture che l'Italia deve completare per rispettare i traguardi europei. Allo stesso tempo, il raggiungimento degli obiettivi formali non garantisce, da solo, che tutte le strutture programmate siano ultimate, aperte e dotate di servizi adeguati.
La sfida è quindi duplice: rispettare le scadenze del Piano e assicurare che gli investimenti producano un miglioramento effettivo dell'assistenza sanitaria. Per i cittadini, infatti, la differenza non la fa soltanto il completamento di un'opera, ma la possibilità di trovare medici, infermieri e servizi disponibili quando ne hanno bisogno.
La legge di Bilancio e la richiesta di portare la sanità al 7,5% del Pil
La Cgil chiede che la prossima legge di Bilancio affronti il problema con risorse strutturali destinate al Servizio sanitario nazionale. La richiesta è di arrivare a un finanziamento pubblico pari al 7,5% del Pil, destinando fondi alle strutture pubbliche, alle assunzioni, alla valorizzazione del lavoro sanitario e alla copertura del personale che lascia il servizio.
Per il sindacato, non basta finanziare la costruzione di Case e Ospedali di Comunità: occorre garantire anche i costi necessari a farli funzionare nel tempo, evitando che l'apertura di nuovi presidi si accompagni a una riduzione delle prestazioni già disponibili nel sistema pubblico.
È in questo contesto che Barbaresi lancia l'allarme sul rischio di un maggiore ricorso alla gestione privata. Secondo la dirigente sindacale, in assenza di investimenti sufficienti nel personale, le amministrazioni potrebbero affidare all'esterno alcuni servizi attraverso gare d'appalto, sottraendo risorse alle attività già erogate dal Servizio sanitario nazionale. Si tratta della valutazione espressa dalla Cgil, che lega il futuro dell'assistenza territoriale alle scelte di finanziamento e organizzazione che saranno adottate dal governo.
Il sindacato annuncia che giudicherà la prossima legge di Bilancio sulla base delle risorse stanziate e della loro destinazione e richiama lo sciopero generale del 20 novembre tra le iniziative di mobilitazione previste.
I dati del monitoraggio ReGiS, aggiornati a giugno, fotografano dunque un'attuazione ancora incompleta della Missione 6, soprattutto sul fronte delle strutture territoriali. Il passaggio decisivo sarà trasformare gli investimenti in servizi accessibili, con personale sufficiente e orari coerenti con gli obiettivi della riforma. Senza questo passaggio, il rischio è che le nuove infrastrutture non riescano a offrire ai cittadini tutta l'assistenza promessa dal PNRR.


