Esteri

Conoscere il Sionismo: Jabotinsky il 'revisionista', padre di Irgun, Herut e Likud

«L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Le manifestazioni retoriche e fisiche dell’antisemitismo sono dirette verso singoli ebrei o non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche e verso strutture religiose».

Questa è la definizione operativa di antisemitismo, adottata dall'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) il 26 maggio 2016 ed è anche quella ufficiale dello Stato Italiano, adottata dal Governo PD-M5S nel 2020.

In sintesi, l’antisemitismo è una forma di razzismo e discriminazione contro gli ebrei, in quanto tali, indipendentemente da nazionalità, idee politiche o religione praticata.

Come quello verso i “rom”, i “neri”, i “gialli”, i “bianchi” a prescindere da dove sono nati, dove vivono, come vivono e in cosa credono.
L’antisionismo, invece, è una posizione politica o ideologica critica verso il Sionismo, cioè l’idea che uno Stato ebraico debba esistere (o esistere in una certa forma) in Palestina.

Il problema sorge dal fatto che - secondo i sionisti - tra le "istituzioni comunitarie ebraiche” c'è anche lo Stato d'Israele e da questa sovrapposizione viene la "estensione" del concetto di antisemitismo all'antisionismo, invadendo sia la sfera della libera espressione sia quella della libera informazione.
In realtà, se oggi è prevalente il concetto di sionismo formulato da Vladimir Jabotinsky cento anni fa, i movimenti ebraici socialisti nel primo Novecento erano antisionisti, come lo sono stati parte dell’ebraismo ortodosso o pensatori come Hannah Arendt, che nel 1948 avvertiva che «uno Stato fondato esclusivamente su basi etniche rischia di produrre conflitti permanenti».
Intanto, se «non ogni antisionismo è antisemitismo, ma ogni antisemitismo oggi tende a mascherarsi da antisionismo», come afferma il filosofo Étienne Balibar, è altrettanto evidente che ritenere che tutti gli ebrei abbiano le stesse idee politiche, siano sionisti e lo intendano tutti allo stesso modo è 'fare di tutta un'erba un fascio', è una forma di razzismo, cioè di antisemitismo.

Dunque, vediamo di conoscere almeno un minimo la storia del Sionismo, di cui esistono molte forme, talvolta agli antipodi tra loro per obiettivi, valori e metodi, come nel caso di Vladimir Jabotinsky il padre ideologico della destra israeliana moderna, religiosa o laica che sia.

Tutto ebbe inizio con il sionismo culturale, promosso da Ahad Ha’am a partire dagli anni 1890, che non metteva al centro lo Stato, ma la rinascita spirituale, linguistica e culturale dell’ebraismo in Palestina. Ma subito venne affiancato dal sionismo politico, formulato dall'ebreo ungherese Theodor Herzl negli anni 1896–1897, con l’idea che gli ebrei dovessero dotarsi di uno Stato sovrano riconosciuto dal diritto internazionale per sfuggire alle persecuzioni europee. 
Herzl scrive ne Lo Stato ebraico (1896): «Il problema ebraico è un problema nazionale e può essere risolto solo politicamente».  
Negli stessi anni, Ahad Ha'am scriveva tutt'altro: «Una patria può essere il cuore di un popolo, non necessariamente il suo governo», anticipando molte critiche al nazionalismo esclusivo di Jabotinsky.

Successivamente, si affermò il sionismo laburista (o socialista), dominante tra gli anni 1910 e 1948, che apparentemente unificava l'etica di Ha'am e il patriottismo di Herzl, collegando l’idea nazionale a principi di giustizia sociale, collettivismo e lavoro agricolo. Figure come David Ben-Gurion e Berl Katznelson videro nei kibbutz e nei sindacati la base morale dello Stato futuro.
Ben-Gurion afferma nel 1937: «Lo Stato non nascerà solo dalla diplomazia, ma dal lavoro del popolo».
Negli stessi anni, iniziava a prendere piede il sionismo religioso con il rabbino askenazita di Gerusalemme, Abraham Isaac Kook, che interpretava il ritorno in Terra d’Israele come parte di un disegno divino.
Il pensiero mistico di Rav Kook ben si esprime con questa sua frase: «Anche chi costruisce senza fede, costruisce inconsapevolmente la redenzione».

Dopo l'attacco a sorpresa nella Guerra dei sei giorni del 1967, queste correnti si divisero e si radicalizzarono, legandosi al movimento "far right" dei coloni - da un lato - o aggregandosi nei movimenti "leftist" per i diritti civili e la soluzione dei due Stati - dall'altro lato.

Ultimo a vedere la luce fu il sionismo revisionista, fondato da Vladimir Jabotinsky nel 1923, prospettando la nascita di un “Grande Israele”, uno Stato ebraico sovrano su tutta la Palestina storica, comprendendo entrambe le rive del fiume Giordano (cioè anche l’attuale Giordania). 
Nel saggio “The Iron Wall” (1923) scrive che il suo progetto sionista può realizzarsi solo dietro «un muro di ferro che la popolazione araba non possa infrangere», cioè una forza militare tale da rendere inutile ogni resistenza.
Questa visione emerse chiaramente quando i sionisti - prima - e Israele, dopo, rifiutarono i piani di partizione britannici e dell’ONU: rinunciare a parti del territorio significava compromettere in modo irreversibile la sicurezza e l’autodeterminazione ebraica.
Incredibile ma vero, Jabotinsky credeva che Grande Israele sarebbe stato «uno Stato con completa uguaglianza di diritti per tutti i suoi cittadini, senza distinzione di razza o religione».
Un po' come dire, prima occupiamo tutto, poi - quando saranno "pronti" - gli restituiremo i loro diritti.

L’influsso di Vladimir (Ze’ev) Jabotinsky sui partiti politici israeliani è profondo, diretto e duraturo, soprattutto nell’area della destra nazionalista, e è arrivato fino alla politica israeliana contemporanea.
Jabotinsky fin da principio si pose in opposizione verso il sionismo “mainstream” di Chaim Weizmann e dei laboristi, che privilegiava negoziati diplomatici e colonizzazione agricola graduale. Jabotinsky, invece, promosse una strategia attiva, assertiva e intransigente, fondando il movimento giovanile Betar con lo scopo di educare i giovani ebrei al sionismo revisionista, alla disciplina militare, all’autodifesa e all’ideale di uno Stato ebraico sovrano su tutta la Palestina storica.

Dal movimento Betar (giovanile) nacque l'ala militare del sionismo, l’Irgun, un’organizzazione paramilitare che, durante il mandato britannico in Palestina, compie attentati contro funzionari britannici e civili arabi, come il massacro di Deir Yassin del 1948, causando centinaia di morti e suscitando ampie polemiche internazionali. Per questo motivo, l’Irgun è considerata da storici e fonti contemporanee un gruppo terroristico, sebbene i suoi membri si definissero combattenti per la liberazione nazionale.

Dopo la nascita dello Stato di Israele (1948), dall'Irgun nacque il partito Herut, guidato da Menachem Begin, che guarda caso ne era un ex comandante. Herut rappresentò per decenni l’opposizione nazionalista al sionismo laburista dominante e si ispirava apertamente alle idee jabotinskiane su sovranità, deterrenza militare e rifiuto del compromesso territoriale, mantenendo un retaggio ideologico che giustifica la forza come strumento di sicurezza nazionale.
In una lettera del 1948, Einstein, Arendt e altri intellettuali ebrei criticarono Herut definendolo troppo vicino a ideologie estremiste e neofasciste, denunciando il rischio che il partito potesse influenzare negativamente la giovane democrazia israeliana.

Nel 1973, Herut confluì nella coalizione Likud, che diventò il principale veicolo politico dell’eredità di Jabotinsky. Con la vittoria elettorale del 1977 (“mahapach”, la svolta), il Likud porta per la prima volta la destra al potere, rompendo il monopolio laburista. Leader come Menachem Begin, Yitzhak Shamir e più tardi Benjamin Netanyahu si richiamano esplicitamente a Jabotinsky. 
Netanyahu, in particolare, ha più volte definito Jabotinsky «il più grande visionario del movimento sionista» e ha costruito la propria idea di sicurezza nazionale sulla dottrina del “muro di ferro”, concetto che giustifica la necessità di una forza militare imponente per garantire la sopravvivenza dello Stato d'Israele.

L’influenza jabotinskiana si estese anche a partiti e movimenti della destra religiosa e nazionalista, soprattutto dopo il 1967, quando la conquista dei Territori rafforza le correnti che rifiutano la restituzione di terra in cambio di pace. Pur non essendo religiose in origine, le idee di Jabotinsky forniscono una base ideologica laica al territorialismo e alla centralità della forza militare, radicando nella cultura politica israeliana un concetto di “difesa preventiva” e, in alcuni casi, di legittimazione della violenza politica come strumento strategico.

In sintesi, Jabotinsky non influenza l’intero spettro politico israeliano, ma è il padre ideologico della destra israeliana moderna: Herut prima, Likud poi, e indirettamente molte correnti nazionaliste attuali derivano dalla sua visione di uno Stato forte, sovrano, poco incline al compromesso territoriale e storicamente collegata all’eredità militante e terroristica dell’Irgun.
Questa eredità ideologica ha avuto un’influenza diretta sulle strategie israeliane contemporanee nella Striscia di Gaza. Le operazioni militari israeliane, dalla Guerra dei Sei Giorni (1967) fino agli ultimi conflitti con Hamas, riflettono la logica della deterrenza e del controllo territoriale che Jabotinsky proponeva. 
L’idea di garantire la sopravvivenza dello Stato d'Israele attraverso una forza superiore e implacabile si manifesta oggi in blocchi, bombardamenti e assedi, giustificati da Tel Aviv come misure di sicurezza, ma che spesso provocano critiche internazionali per l'elevato e ingiustificabile numero di vittime civili e di distruzioni infrastrutturali.
Esattamente come aveva avvertito Hannah Arendt nel 1948: «uno Stato fondato esclusivamente su basi etniche rischia di produrre conflitti permanenti».

Autore scienzenews
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