In occasione della Giornata mondiale dell’acqua 2026, ISDE Italia, insieme a numerose società scientifiche e associazioni aderenti alla Campagna nazionale per la prevenzione dei danni da esposizione alla plastica, ha pubblicato un documento destinato a far discutere: “Acqua di rubinetto ed acqua in bottiglie di plastica: fare la scelta giusta per la salute e l’ambiente”.
Si tratta di un’analisi aggiornata e rigorosa che affronta un tema quotidiano ma spesso sottovalutato: quale acqua beviamo e con quali conseguenze.
Un confronto basato sui dati
Il documento, redatto con il contributo di esperti in ambito medico, biologico e chimico, mette a confronto l’acqua distribuita tramite acquedotto e quella confezionata in bottiglia. Ne emerge un quadro chiaro: entrambe devono rispettare standard di qualità, ma differiscono profondamente per impatto ambientale, costi e modalità di controllo.
Sul fronte della sicurezza, i dati parlano chiaro. Il Istituto Superiore di Sanità, attraverso il Centro Nazionale per la Sicurezza delle Acque (CeNSiA), ha analizzato oltre 2,5 milioni di campioni di acqua potabile, riscontrando una conformità ai parametri normativi superiore al 99%. Un livello che conferma come l’acqua di rubinetto in Italia sia non solo sicura, ma anche di elevata qualità.
Il paradosso italiano: tanta acqua in bottiglia
Nonostante questi dati, l’Italia resta tra i principali consumatori mondiali di acqua confezionata. Ogni cittadino consuma mediamente oltre 250 litri all’anno, per un totale di circa 15 miliardi di bottiglie di plastica utilizzate annualmente.
Una tendenza che, secondo il documento, è alimentata da una percezione distorta della qualità dell’acqua di rubinetto e da strategie di marketing particolarmente aggressive. In altre parole, si beve plastica più per abitudine e convinzione che per reale necessità.
Impatti ambientali e rischi per la salute
Il costo di questa scelta va ben oltre il portafoglio. La produzione e lo smaltimento delle bottiglie comportano un elevato consumo di risorse fossili e generano rifiuti difficili da smaltire, contribuendo all’inquinamento ambientale.
Ma c’è anche un tema sanitario. L’esposizione a micro e nanoplastiche, insieme a sostanze chimiche potenzialmente nocive – tra cui gli interferenti endocrini – rappresenta un rischio concreto, soprattutto nelle fasi più delicate della vita come gravidanza e infanzia.
Una scelta più sostenibile
Alla luce di questi elementi, il documento invita a una riflessione concreta: scegliere l’acqua di rubinetto significa ridurre l’impatto ambientale, limitare l’esposizione a sostanze indesiderate e risparmiare economicamente.
Non è solo una questione individuale, ma una scelta collettiva che riguarda il futuro delle risorse idriche e della salute pubblica.
Un impegno condiviso
Il lavoro è il risultato della collaborazione di oltre 15 società scientifiche mediche e si inserisce nella più ampia Campagna nazionale di prevenzione dei rischi legati alla plastica. L’iniziativa è patrocinata, tra gli altri, dalla FNOMCeO, dalla FISM, dalla SIEDP, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e da numerosi altri enti e ordini professionali.
Un fronte ampio e compatto che lancia un messaggio semplice ma netto: bere acqua del rubinetto, quando possibile, è oggi una scelta consapevole, fondata sui dati e necessaria per ridurre l’impatto ambientale e tutelare la salute.


