Il ruolo dei partiti e delle istituzioni politiche rappresenta un elemento centrale nel dibattito pubblico, giuridico e filosofico, che riguarda la funzione dello Stato, la partecipazione democratica e la rappresentanza dei cittadini.
Già nel mondo antico, Platone e Aristotele ammonivano sui rischi di una deriva plutocratica come di quella democratica incontrollata, sostenendo la necessità delle istituzioni nel favorire il bene comune.
Iniziava così il lungo viaggio dell'Umanità verso la Democrazia, anche se fino ai giorni nostri hanno resistito le Autocrazie, in cui la stabilità dello stato e il mantenimento del potere vanno assicurati ad ogni costo, anche attraverso mezzi considerati immorali, come scriveva Niccolò Machiavelli, durante il così detto "Rinascimento".
Bisognerà arrivare al XIX secolo, con Georg Wilhelm Friedrich Hegel, per sviluppare una concezione dello Stato, inteso come realizzazione della libertà etica e dello spirito, in cui la politica e le istituzioni sono espressione della volontà dello spirito oggettivo, e i partiti, come espressione della pluralità delle volontà, contribuiscono alla realizzazione della libertà attraverso la mediazione e il confronto.
Nel Novecento, pensatori come Hannah Arendt (La crisi della cultura, 1954) hanno sottolineato il valore della partecipazione attiva dei cittadini nella sfera pubblica, in cui la politica non è semplicemente il governo di uno Stato o la gestione delle questioni pubbliche, ma l'attività umana dell'agire nel mondo, che si realizza attraverso la partecipazione attiva dei cittadini.
L'elemento centrale nel pensiero di Arendt è il concetto di pluralità, cioè la diversità dei cittadini, delle opinioni e delle prospettive. La vita pubblica, secondo Arendt, si basa su questa pluralità e sull’incontro tra persone diverse.
La partecipazione attiva permette di mettere in discussione le proprie convinzioni e di ascoltare quelle degli altri, favorendo così la formazione di un giudizio comune. Viceversa, il rischio è che la politica diventi un’attività riservata a specialisti e tecnici, allontanando i cittadini dalla sfera pubblica.
In un mondo sempre più dominato da tecnocrazie e burocratizzazioni, la partecipazione attiva dei cittadini è essenziale per il mantenimento di una democrazia viva.
Per Arendt, la vera partecipazione politica implica il riconoscimento della pluralità e l’azione comune come strumenti per esercitare la libertà. Essa permette di mettere in discussione le proprie convinzioni, di condividere opinioni e di costruire un giudizio collettivo. In questa prospettiva, la partecipazione è un atto liberatorio e creativo, che si manifesta nel dialogo pubblico e nell’incontro tra persone diverse.
Senza pluralità e la reciproca accettazione non esistono le premesse per una democrazia.
Inoltre, Arendt distingue chiaramente tra partecipazione politica e attivismo.
La prima si riferisce alla partecipazione diretta alla vita pubblica, alla partecipazione nel processo decisionale e nel discorso pubblico, mentre il secondo implica una partecipazione strumentale alla promozione di cause o ideologie particolari, a prescindere delle opinioni plurali e dal relativo confronto.
Può la Democrazia ridursi a cosa ha detto il leader nero e/o cosa ha detto il leader rosso? No.
Può la Democrazia giustificare la violenza? No.
E la propaganda? Non è la cosa migliore per una Democrazia, ma ... basta non confonderla con la partecipazione.
Tra persone che la pensano diversamente, cosa differenzia i democratici dagli intolleranti?
I cittadini democratici si incontrano, si confrontano e scelgono una soluzione comune.
Può la Democrazia resistere ad un continuo attacco contro le istituzioni? Si spera.

