Economia

Gregorio Scribano: “Il ritorno della Fornero: il governo sacrifica le pensioni ai vincoli di bilancio”

Promesse tradite, silenzi calcolati e un sistema che spinge milioni di italiani verso una vecchiaia sempre più povera.
Dopo anni di slogan, proclami e campagne elettorali giocate sulla “abolizione della Fornero”, la nuova Legge di Bilancio segna di fatto il ritorno alla riforma del 2011. Nessuna rivoluzione, nessuna flessibilità in uscita, nessuna riforma strutturale.
Abbiamo chiesto al Dottor Gregorio Scribano, social media manager ed esperto di politiche sociali e del lavoro, da una vita al servizio dell'informazione e della comunicazione sociale, di aiutarci a capire cosa sta davvero accadendo nel sistema previdenziale italiano.

Dottor Scribano, la Legge Fornero è tornata?

Sì, ma in realtà non se n’era mai andata. Per anni si è parlato di superamento, ma la verità è che la Fornero è rimasta il pilastro del sistema previdenziale. Le varie Quote - 100, 102, 103 - sono state solo misure tampone, pensate per pochi e limitate nel tempo. Ora che quelle deroghe sono finite, il meccanismo originario torna a pieno regime. È come se il Paese si fosse risvegliato nel 2012, ma con stipendi più bassi e una popolazione più stanca.

Quindi il governo Meloni non ha cambiato nulla?

Diciamo che ha scelto di non toccare l’impianto per paura di destabilizzare i conti pubblici. È una decisione politica, ma anche culturale: si è preferito dare un segnale di “affidabilità” a Bruxelles, piuttosto che investire sul futuro delle persone. La Fornero oggi rappresenta una resa preventiva, un modo per dire: “Non possiamo permetterci la giustizia sociale”. Ma i conti non si difendono solo tagliando diritti: si difendono creando lavoro, stabilità e contributi veri.

Molti ricordano le magliette “Stop Fornero”. È cambiato tutto, o non è cambiato nulla?

Direi che è cambiato solo il tono. Chi urlava contro la Fornero oggi la difende come garanzia di stabilità. È il trionfo dell’ipocrisia politica.
La Legge Fornero nacque in un momento drammatico, per rispondere a una crisi finanziaria. Doveva essere un intervento straordinario, temporaneo. Invece è diventata una gabbia.
Il punto è che in tredici anni nessun governo ha avuto il coraggio o la visione di proporre un modello previdenziale nuovo, sostenibile ma umano.

Il nodo più grave sembra quello tra vecchie e nuove generazioni.

È la frattura che nessuno vuole vedere.
Chi è andato in pensione con il sistema retributivo - calcolato sugli ultimi stipendi - riceve assegni che possono essere anche il doppio di chi oggi va in pensione col contributivo puro.
Il problema non è soltanto quello dell’equità intergenerazionale, ma l’assenza di correttivi: i giovani di oggi hanno carriere discontinue, stipendi bassi e lunghi periodi di precariato. Tutto ciò si traduce in contributi insufficienti e, domani, in pensioni da fame.
Il risultato è che tra trent’anni avremo milioni di pensionati sotto la soglia di povertà, pur avendo lavorato una vita.

Dal 2027 l’età pensionabile salirà ancora. È davvero inevitabile?

È l’effetto dell’adeguamento automatico alla speranza di vita, dettato da statistiche che non sempre valgono per tutti, come dimostra il recente studio studio 'Global Burden of Disease' pubblicato su The Lancet, secondo il quale a  morire di più, oggi, sono gli adolescenti e i giovani adulti. 

Insomma l'adeguamento dell'età pensionabile alla speranza di vita è un meccanismo, che seppur giustificato dalla teoria, è disumano nella pratica. Un pò come avviene per il 'pollo statistico' di Trilussa: 

Se uno mangia un pollo intero e l’altro niente, statisticamente ne hanno mangiato mezzo ciascuno. Ma chi resta a digiuno, nel mondo reale, non può consolarsi con la media.

Lo stesso vale per la 'speranza di vita': dire che si allunga, non significa affatto che si allunga per tutti. I dati Istat possono certificare che viviamo più a lungo, ma sul campo la realtà è più amara. Decine di migliaia di lavoratori non arrivano neppure a tagliare il traguardo delle pensione.

Tradotto, non tutti arrivano a campare fino a 100 anni: tanti, ma tanti lavoratori, ‘passano a miglior vita’ prima della pensione, inghiottiti dalla 'statistica del silenzio'!

A 67 anni molti non hanno più le forze per continuare a tirare la carretta. Eppure il sistema li costringe a restare, con la prospettiva di arrivare a lavorare per davvero fino a 70 anni, mentre l’aspettativa di vita in 'buona salute' in Italia si attesta a 61. È un paradosso crudele: si lavora di più per vivere peggio.

Cosa servirebbe allora per superare davvero la Fornero?

Una riforma vera, che metta al centro la persona, non la tabella Excel.
Bisogna introdurre una flessibilità in uscita tra i 62 e i 67 anni, con penalità e incentivi calibrati, non punitivi.
Va riconosciuto il peso del lavoro, e va ripensato il contributivo puro: non può essere l’unico metro di misura.
Chi lavora una vita intera non può ritrovarsi con 850 euro al mese. Serve una pensione minima dignitosa, indicizzata al costo reale della vita. E poi bisogna affrontare il nodo dei privilegi residui: oggi il 20% della spesa previdenziale va al 5% dei pensionati. Quella è la vera ingiustizia.

Ma come si può conciliare tutto questo con i vincoli europei e la sostenibilità dei conti?

Con una visione di lungo periodo.
La sostenibilità non è solo matematica: è anche sociale.
Se le persone smettono di credere nel sistema, se milioni di giovani non versano più contributi perché emigrano o lavorano in nero, se ogni anno si evadono più di cento miliardi, il sistema crolla comunque.
Una riforma equa, invece, genera fiducia, occupazione stabile e nuovi versamenti.
E poi servono controlli più severi sull’evasione fiscale e contributiva, una revisione delle pensioni d’oro e un vero rilancio della previdenza complementare. Non si tratta di spendere di più, ma di spendere meglio.

E i sindacati? Perché questo silenzio?

Perché sono divisi, indeboliti, e in parte complici.
Negli ultimi anni si sono concentrati su battaglie simboliche, lasciando indietro quella più importante: la dignità del lavoro e del fine carriera.
Oggi la politica tace, i sindacati pure, e chi lavora resta solo. Ma il silenzio non è neutralità: è consenso.
Finché non ci sarà una mobilitazione civile e culturale sul tema delle pensioni, nessun governo rischierà di cambiare davvero.

Un messaggio finale ai lavoratori italiani?

Non si può vivere di promesse non mantenute.
Il diritto alla pensione non è un favore dello Stato, è il risultato di anni di fatica, tasse e contributi.
Superare la Fornero non significa “fare regali”, ma restituire giustizia.
Bisogna pretendere una riforma che premi chi lavora. E ricordare che dietro ogni cifra, dietro ogni numero, c’è una vita: un muratore, un’insegnante, un impiegato, una madre, dei nonni, che hanno rinunciato a tutto per tenere in piedi una famiglia.
L’Italia potrà dirsi un Paese civile solo quando garantirà loro una vecchiaia serena, non una sopravvivenza contabile.

 
Un Paese stanco, rassegnato. Il risultato è sotto gli occhi di tutti:

  • salari fermi,
  • pensioni che si allontanano,
  • giovani che emigrano,
  • e un elettorato che non crede più a nessuno.


Oggi più della metà degli italiani non va più a votare. Non per disinteresse, ma per sfinimento e mancanza di fiducia. Perché la politica è diventata uno show mediatico, e la coerenza un eufemismo. La Fornero è ritornata, e con lei è tornata anche la consapevolezza che nulla cambia, se non si trova il coraggio di cambiare davvero.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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