Ventuno tra uomini e donne delle forze dell'ordine – Polfer e Carabinieri in servizio alla stazione Termini – sono indagati per furto aggravato. Secondo gli inquirenti avrebbero sottratto merce dallo store Coin di via Giolitti. Non è un dettaglio marginale, non è un episodio folkloristico: è un'inchiesta coordinata dall'aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio che coinvolge in tutto 44 persone. A indagare sono stati i militari del nucleo operativo dei carabinieri.

L'indagine nasce da un ammanco di 184mila euro emerso con l'inventario di febbraio 2024, relativo all'anno precedente. Al centro del presunto meccanismo una cassiera del negozio, ritenuta la talpa interna: capi messi da parte, nascosti in un armadio vicino alla postazione, placche antitaccheggio rimosse, etichette tagliate, buste pronte. Un sistema. Non un episodio.

Tra gli indagati figurano nove poliziotti – una prima dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo, un'agente – e dodici esponenti dell'Arma: un brigadiere, diversi vice brigadieri, appuntati scelti in servizio allo scalo. Parliamo di ruoli apicali e intermedi. Non mele marce isolate, ma un quadro che, se confermato, racconta qualcosa di più serio. (fonte Ansa)

E qui si apre il nodo politico.

Da anni Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno costruito una parte consistente del loro consenso su una narrazione semplice: le forze dell'ordine hanno sempre ragione, chi le critica è contro lo Stato. Ogni volta che emerge un caso controverso, la reazione è automatica: difesa preventiva, solidarietà a prescindere, attacco a magistrati e stampa.

Ma la legalità non è un santino da esibire nei comizi. È un principio che vale per tutti, soprattutto per chi indossa una divisa. Sostenere le forze dell'ordine significa pretendere che siano irreprensibili, non coprirle per convenienza politica.

L'avvocato Andrea Falcetta, difensore di otto carabinieri indagati, ricorda che negli ultimi mesi gli stessi militari hanno effettuato circa 50 arresti in flagranza e quasi un centinaio di denunce, oltre a servizi antitaccheggio che hanno recuperato merce per migliaia di euro. Sottolinea che si parla di episodi dal valore di poche decine di euro, non di un giro da centinaia di migliaia. E rivendica la presunzione d'innocenza.

La presunzione d'innocenza è sacrosanta. Ma vale per tutti. Vale per il ragazzo fermato in stazione. Vale per il migrante accusato di un reato. Vale per il politico sotto indagine. E vale anche per un brigadiere o un commissario.

Il problema è l'uso selettivo di questo principio. Quando l'indagato è un manifestante o un attivista, la destra parla già di colpevolezza. Quando l'indagato è un uomo in divisa, scatta lo scudo ideologico: “non toccate le forze dell'ordine”.

In questa vicenda non c'è alcuna condanna. C'è un'inchiesta, con numeri pesanti e accuse precise. E c'è un silenzio politico che pesa. Perché chi governa dovrebbe essere il primo a dire: se qualcuno ha sbagliato, pagherà. Senza sconti. Senza ambiguità.

La credibilità delle forze dell'ordine si difende con la trasparenza, non con la propaganda. Se davvero si vuole tutelare l'onore della divisa, bisogna avere il coraggio di distinguere tra chi la serve con disciplina e chi – eventualmente – la tradisce per una busta di vestiti nascosta in un armadio.

Il garantismo non può essere a giorni alterni. O vale sempre, o non vale mai. Ma a destra, dai capi ai servi che ne diffondono il verbo, sembra che non lo abbiano capito.