C'è un'idea che, a sentirla ripetere nei dibattiti sulla riforma Nordio, finisce per sembrare perfino ovvia: la separazione delle carriere “si deve fare”, e per di più con un corredo di meccanismi che la maggioranza racconta come se fossero il trionfo della modernità istituzionale. In cima alla lista, il sorteggio: due CSM estratti a sorte e un'Alta Corte in cui la casualità diventa virtù civica.

Benissimo. Applausi. Se la politica è così sicura che la sorte è garanzia di indipendenza, equilibrio, imparzialità, perché fermarsi solo alla magistratura?

La domanda è tanto semplice quanto imbarazzante... per la destra: perché Meloni, Tajani e Salvini non annunciano che, alle prossime elezioni politiche, le liste dei rispettivi partiti verranno fatte in toto o in gran parte per sorteggio? Dopotutto, se il caso è il rimedio contro le “correnti”, le “logiche di potere”, le “spartizioni”, allora dovrebbe essere perfetto anche contro le correnti di partito, le fedeltà personali, le promozioni per acclamazione, le candidature telecomandate. 

La destra difende il sorteggio come panacea quando serve a “riformare gli altri”, però lo dimentica quando dovrebbe riformare se stessa. È un classico: la medicina è indicata sempre come ottima… ma solo quando a prenderla sono gli altri. Machiavelli – che di politica capiva più di molti politici da talk-show messi insieme – avrebbe sorriso: “È facile predicare il rigore quando non lo si deve applicare al proprio campo.” 

Del resto, la retorica è già pronta: “il sorteggio spezza le cordate”. Perfetto. Allora immaginiamo la conferenza stampa del secolo: “Cari italiani, per garantire libertà e trasparenza, estrarremo a sorte i candidati. Basta cooptazioni. Basta fedeltà. Basta curriculum fotocopiati. Entra in Parlamento chi capita.”

A quel punto, qualcuno obietterà: ma la politica richiede competenza, selezione, responsabilità. Giusto. E allora è qui che scatta la domanda successiva: e per la magistratura no? Se l'argomento è “servono persone preparate”, allora il sorteggio non è un valore in sé: è solo un espediente. Se invece il sorteggio è davvero così nobile, allora va adottato ovunque si tema il potere organizzato. Anche nelle segreterie di partito.

Montesquieu, che non era esattamente un complottista da social, ci ha lasciato una bussola: “Il potere deve arrestare il potere.” Ma qui il potere pretende di “arrestare” un altro potere con un trucco da tombola, senza mai mettere in discussione il proprio laboratorio di reclutamento, le proprie catene di comando, la propria impermeabilità al merito. Insomma: casualità per gli altri, disciplina di partito per noi.

Il vero nodo, però, è politico: il sorteggio piace perché consente di dire “non ho scelto io”. La sorte come lavacro della responsabilità. Se va bene, merito della riforma; se va male, colpa della fortuna avversa. È la versione istituzionale di “è stato un incidente”: non decide nessuno, dunque nessuno risponde.

E qui, paradossalmente, la proposta iniziale diventa una provocazione utilissima: applichiamolo davvero, il sorteggio, ma sul serio. Se è la ricetta della libertà, si parta dalle liste bloccate, dai nominati, dai fedelissimi riciclati. Si estraggano i candidati come si estrae il numero del lotto. E poi vediamo quanti entusiasti restano.

Perché, diciamolo senza ipocrisie: il sorteggio non è “modernità”, è un simbolo. Serve a comunicare che l'intero problema della giustizia sia un problema di persone e di organigrammi, non di risorse, di tempi, di organizzazione, di leggi scritte bene. E soprattutto serve a ribadire un principio non dichiarato: la politica può riscrivere gli equilibri altrui, ma guai a toccare i propri.

In fondo, la domanda è una sola, e brucia: se il caso è così virtuoso, cari Meloni, Tajani e Salvini... perché non vi affidate a lui anche voi? Forse perché, come spesso accade, il sorteggio è sacro… finché non rischia di pescare dal proprio mazzo.