Il safari umano di Sarajevo: quando la guerra diventò un macabro gioco per ricchi occidentali
Durante la guerra in Bosnia degli anni Novanta, Sarajevo visse uno degli assedi più lunghi e brutali della storia europea contemporanea. Dal 1992 al 1995 la città rimase circondata dalle forze serbo-bosniache posizionate sulle colline circostanti. Da quelle alture partivano colpi di artiglieria e soprattutto il fuoco dei cecchini, che prendevano di mira chiunque si muovesse nelle strade: persone che attraversavano un viale, famiglie che cercavano acqua, bambini diretti a scuola. In quei quasi quattro anni morirono circa undicimila civili, molti dei quali proprio a causa dei cecchini.
Dentro quel contesto di violenza quotidiana sarebbe nata una delle storie più inquietanti emerse negli ultimi anni: il cosiddetto “Sarajevo Safari”. Con questa espressione si indicano presunti viaggi organizzati durante l’assedio, nei quali stranieri benestanti avrebbero pagato per salire sulle postazioni di tiro delle milizie serbo-bosniache e sparare sui civili della città come se partecipassero a una battuta di caccia.
Secondo diverse testimonianze raccolte nel tempo, questi uomini arrivavano in Bosnia passando spesso dall’Italia o da altri paesi europei. Una volta giunti nella regione venivano accompagnati sulle colline attorno alla capitale e messi davanti a fucili di precisione puntati verso la città assediata. Lì avrebbero sparato contro persone comuni che attraversavano strade o piazze. Le accuse parlano di un vero e proprio turismo di guerra organizzato con la complicità di militari locali.
La vicenda è rimasta per anni confinata in testimonianze sparse e racconti di sopravvissuti. A riaccendere l’attenzione è stato soprattutto il documentario “Sarajevo Safari”, realizzato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanič, che raccoglie le dichiarazioni di ex combattenti e di persone che affermano di aver assistito a queste scene. Tra i testimoni compare anche Edin Subašić, ex agente dell’intelligence militare bosniaca, uno dei primi a denunciare l’esistenza di questi presunti “turisti della morte”.
Secondo le testimonianze, chi partecipava a queste spedizioni pagava cifre altissime per poter sparare. Alcuni racconti parlano di decine di migliaia di euro o più per un viaggio organizzato durante il weekend. Ci sarebbero stati perfino tariffari macabri che assegnavano un prezzo alle vittime, con bambini e donne considerati bersagli “più costosi”.
Le nazionalità citate nelle testimonianze non sarebbero state una sola. Oltre agli italiani, vengono menzionati cittadini di altri paesi occidentali, tra cui francesi, tedeschi, russi e nordamericani. Molti di loro non erano soldati ma civili: appassionati di armi, cacciatori, estremisti politici o semplicemente uomini attratti dall’idea di vivere la guerra come un’esperienza estrema.
La vicenda è tornata al centro dell’attenzione giudiziaria nel 2025, quando il giornalista e scrittore italiano Ezio Gavazzeni ha presentato una denuncia alla procura di Milano dopo anni di ricerche e testimonianze raccolte. Da quella denuncia è partita un’indagine ufficiale per verificare se cittadini italiani abbiano davvero partecipato a questi presunti “safari umani”.
I magistrati milanesi stanno indagando per omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abietti, reati che in Italia non cadono in prescrizione. L’inchiesta cerca di ricostruire viaggi, contatti con milizie e possibili testimoni. Secondo alcune ricostruzioni, gruppi di partecipanti partivano dal Nord Italia e raggiungevano i Balcani per essere accompagnati sulle postazioni di tiro.
Nel 2026 è emerso anche il primo indagato: un uomo italiano di circa ottant’anni, ex camionista residente nel Nord Italia, sospettato di aver preso parte a queste spedizioni durante l’assedio della città. Si tratta del primo nome concreto collegato all’indagine, ma la procura ritiene che potrebbero esserci state più persone coinvolte.
Al tempo stesso, il caso resta controverso. Alcuni ex militari serbo-bosniaci negano che questi “safari” siano mai esistiti, sostenendo che si tratti di accuse senza prove. Tuttavia, diversi sopravvissuti e testimoni insistono sul fatto che la presenza di stranieri sulle postazioni di tiro fosse una voce diffusa già durante la guerra. Proprio per questo le indagini italiane cercano ora prove concrete dopo trent’anni di silenzio.
Questa storia solleva una domanda inquietante che va oltre Sarajevo. Episodi simili, pur rarissimi, non sono completamente sconosciuti nella storia delle guerre. Nei conflitti moderni alcuni individui sono attratti dalla violenza come esperienza estrema: un misto di ideologia, adrenalina, sadismo o senso di impunità. La guerra crea contesti in cui le regole morali sembrano sospese e dove chi arriva dall’esterno può convincersi che la vita delle vittime valga meno.
Pagare per uccidere e poi tornare alla propria vita normale può sembrare inconcepibile, ma la psicologia della guerra mostra che la distanza emotiva è spesso la chiave. Quando le vittime vengono percepite come anonime, lontane o “nemiche”, alcune persone riescono a spegnere il senso di colpa. È lo stesso meccanismo che in molti conflitti ha portato alla disumanizzazione dell’avversario.
Per chi ha vissuto l’assedio di Sarajevo, però, la questione non è teorica. Per loro significa ricordare che mentre la città lottava per sopravvivere, qualcuno potrebbe aver trasformato quella tragedia in un perverso divertimento. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, le indagini cercano di capire se quella storia sia stata davvero uno dei capitoli più oscuri della guerra nei Balcani oppure una leggenda nata dall’orrore di quei giorni.