Cronaca

Quando curare diventa pericoloso

C’è un confine sottile che negli ospedali italiani viene superato sempre più spesso: quello tra il luogo di cura e il luogo di rischio. Chi lavora in pronto soccorso lo sa bene. Turni massacranti, sale d’attesa affollate, tensione costante. A tutto questo, ormai, si aggiunge un elemento che non dovrebbe mai far parte del mestiere: la paura di essere aggrediti.

Le aggressioni al personale sanitario non sono più episodi isolati o eccezioni da archiviare in poche righe di cronaca. Sono diventate una triste consuetudine. Insulti, minacce, spintoni. E sempre più spesso pugni, calci, oggetti lanciati. Succede ovunque, ma il pronto soccorso resta il punto più esposto, il fronte dove la fragilità delle persone si scontra con la pressione di un sistema sotto stress.

Uno degli ultimi casi è avvenuto ad Ascoli Piceno. In pieno turno, durante una procedura di routine, una paziente ha aggredito due infermiere e un operatore socio-sanitario. Una delle professioniste colpite ha riportato traumi tali da rendere necessari accertamenti diagnostici. I colleghi intervenuti per fermare la violenza hanno riportato ferite più lievi. Un episodio grave, certo. Ma soprattutto uno dei tanti. E con ogni probabilità non l’ultimo.

Il punto è proprio questo: la prevedibilità. Oggi chi entra in servizio sa che potrebbe succedere. Sa che basta un’attesa percepita come troppo lunga, una risposta che non piace, uno stato di alterazione, e la situazione può degenerare. In pochi secondi. Senza preavviso. E spesso senza adeguate tutele immediate.

Fare l’infermiere, il medico, l’oss oggi significa lavorare in un equilibrio precario tra professionalità e autodifesa. Significa imparare a leggere gli sguardi, a modulare le parole, a capire quando arretrare di mezzo passo. Tutte competenze non scritte in nessun mansionario, ma ormai indispensabili quanto quelle cliniche.

Il paradosso è evidente: chi sceglie questo lavoro lo fa per assistere, curare, aiutare. Non per difendersi. Eppure la violenza sta lasciando segni profondi, non solo fisici. Stress, burnout, senso di abbandono, demotivazione. Ogni aggressione non colpisce solo chi la subisce direttamente, ma tutto il reparto, tutto il sistema.

Le risposte, finora, sono spesso tardive o insufficienti. Condanne ufficiali, promesse di maggiore sicurezza, qualche presidio in più. Ma la sensazione, per chi lavora sul campo, è che il problema venga ancora sottovalutato. Come se fosse un effetto collaterale inevitabile. Non lo è.

Proteggere chi lavora in sanità non è un favore, né una concessione. È una necessità. Perché un sistema che espone i suoi operatori alla violenza quotidiana è un sistema che prima o poi smette di reggere. E quando chi cura ha paura, a perderci non sono solo i professionisti, ma tutti.

Autore Stampa Italiana - News e Società
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