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Armi e ipocrisia: l’Italia “sospende” l’accordo con Israele ma continua a comprare per 85 milioni

La linea del governo guidato da Giorgia Meloni sulla cooperazione militare con Israele è un esercizio di equilibrismo politico che rischia di trasformarsi in pura ipocrisia. Da un lato si annuncia la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo bilaterale, dall’altro si continua a fare affari, autorizzando acquisti di armamenti per decine di milioni di euro.

Il risultato? Una scelta che appare più simbolica che sostanziale, buona per i titoli ma incapace di incidere davvero sui rapporti militari tra Roma e Tel Aviv.

Fonti del Ministero della Difesa parlano di cessazione del trattato. Ma da Israele la risposta è stata glaciale: quell’accordo, spiegano, è “molto generico” e la sua sospensione non produrrà effetti concreti. Tradotto: si può andare avanti come prima.

E in effetti è esattamente quello che sta accadendo.

La relazione governativa trasmessa al Parlamento il 25 marzo 2026 e pubblicata il 16 aprile racconta una storia diversa da quella ufficiale. Nel 2025, infatti, il governo italiano ha autorizzato l’acquisto di armamenti da Israele per circa 85 milioni di euro.

Non si tratta di una cifra marginale, ma di una scelta politica precisa: mentre si annuncia una presa di distanza, si continua a finanziare l’industria militare israeliana.

Nel complesso, lo scorso anno sono state rilasciate 556 licenze di importazione da Paesi extra-Ue, per un valore di 1,98 miliardi di euro. Israele rappresenta il 4,3% di questo totale: non il primo fornitore, ma comunque un partner tutt’altro che secondario.

Il governo rivendica il blocco delle nuove esportazioni di armi verso Israele dopo il 7 ottobre 2023. Ma anche qui la realtà è più sfumata – e più controversa.

Le vecchie licenze continuano infatti a produrre effetti. Lo ha ammesso la stessa Meloni: i contratti precedenti al 7 ottobre vengono valutati “caso per caso”. Una formula che lascia ampi margini discrezionali e che, nei fatti, consente la prosecuzione delle forniture.

È il classico schema che permette di dire una cosa e farne un’altra: stop ufficiale, continuità sostanziale.

I dati storici mostrano inoltre un elemento ancora più significativo: l’Italia negli anni ha comprato da Israele molto più di quanto abbia venduto.

Tra il 2013 e il 2023 le esportazioni italiane si fermano a poco più di 126 milioni di euro, mentre le importazioni superano i 257 milioni, arrivando a 497 milioni se si includono anche il 2024 e il 2025.

Il picco massimo si è registrato proprio nel 2024, con 154 milioni di euro. Difficile parlare di raffreddamento dei rapporti quando i numeri raccontano una crescente integrazione.

Ancora più controversa è la questione delle esportazioni di materiali a duplice uso. Un’inchiesta ha documentato l’invio verso Israele di migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, sostanza che può essere utilizzata anche per produrre esplosivi.

A queste si aggiungono forniture di trizio e micce. Non armi “classiche”, ma componenti che possono alimentare la macchina bellica. Un’area grigia che il governo continua a trattare con estrema cautela comunicativa, ma senza una vera trasparenza politica.

Durissima la reazione di Nicola Fratoianni, che accusa l’esecutivo di complicità nelle violazioni del diritto internazionale: «Non c’è da girarci intorno», ha dichiarato, annunciando un’interrogazione parlamentare per fare luce sulle autorizzazioni in corso.

Parole che riflettono una crescente tensione politica su un tema che il governo sembra voler gestire più sul piano dell’immagine che su quello delle scelte concrete.

La sospensione dell’accordo militare viene presentata come un segnale politico forte. Ma i fatti raccontano altro: l’Italia continua a comprare armi da Israele, continua a gestire esportazioni attraverso licenze pregresse e continua a muoversi in una zona grigia sui materiali sensibili.

In altre parole, cambia la narrativa, non la sostanza.

E mentre il governo rivendica prudenza e responsabilità, i numeri mostrano una linea che resta coerente con il passato: cooperazione militare di fatto, anche quando ufficialmente si dichiara il contrario.

Autore Piero Rizzo
Categoria Politica
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