DPFP - nessuno segnala ai contribuenti che Istituzioni e Politici si stanno mangiando anche il coniglio bianco che il Ministro dell’economia tradizionalmente estrae ogni fine anno dal cilindro?
Il Ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti così commenta il Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP) approvato dal Cdm del 2 ottobre: “confermiamo la linea di ferma e prudente responsabilità che tiene conto della necessità della tenuta della finanza pubblica nel rispetto delle nuove regole europee ma nel quadro delle misure imprescindibili a favore della crescita economica e sociale dei lavoratori, delle famiglie e delle imprese”. I numeri Dpfp annunciano tre anni senza margini di manovra per le “misure imprescindibili” perché gli interessi si mangiano sempre più soldi e la crescita piatta non ne produce e con la solo speranza di uscire dalla Procedura per disavanzo eccessivo e di poter attivare la Clausola di salvaguardia nazionale per le spese per la difesa (una boccata d’ossigeno dell’1,5% del Pil per 4 anni che può rimpiazzare la forza propulsiva del Pnrr in scadenza nel 2026). Problematico trovare soldi per le “misure imprescindibili” se il debito pubblico continua a crescere ed i correlati interessi sottraggono sempre più risorse agli investimenti produttivi – al rilancio della domanda interna – alle politiche sociali. Cioè Istituzioni e Politici continueranno a pagare sempre di più i creditori (gli interessi sui titoli di Stato) utilizzando sempre più i soldi che i contribuenti versano per vedersi migliorata la qualità-condizione di vita e avranno sempre meno soldi per le manovre nell’interesse del contribuente (gli interventi saranno sempre più a basso impatto sui conti e stuzzicheranno solo la fantasia e le attese).
Il Dpfp conferma che il “problema debito” c‘è: “pur essendo l’Italia un Paese con una molteplicità indiscutibile di inestimabili risorse – dalla diversificazione produttiva, all’eccellenza qualitativa del Made in Italy, all’elevata ricchezza delle famiglie – un livello così elevato del rapporto debito/PIL, eredità di politiche economiche che per decenni hanno attribuito scarsa importanza ad un uso accorto delle risorse pubbliche, costituisce un ostacolo allo sviluppo futuro del Paese e all’equità intergenerazionale, e deve essere affrontato per liberare spazi di manovra non solo per far fronte a eventuali nuovi shock in futuro, ma anche per rendere possibile il finanziamento di nuove priorità di politica economica”. Ma il “problema debito” non è ancora stato affrontato (“deve essere affrontato”) perché il contribuente va educato a non aspettarsi, almeno per anni, il tradizionale coniglio bianco estratto dal cilindro e potrebbe avere reazioni ingovernabili che metterebbero a rischio la stabilità di governo. E, come recita il Dpfp, “l’Italia sta godendo di un periodo di stabilità politica, condizione essenziale per garantire la resilienza dell’economia di fronte a eventuali shock e per mettere in campo azioni di ampio respiro in grado di favorire una riduzione nel medio periodo dell’elevato debito pubblico del Paese.
Tale importante fattore è stato riconosciuto dalle agenzie di rating, come testimoniato dai due recenti upgrade deliberati da Standard & Poor’s e Fitch rispettivamente a giugno e a settembre di quest’anno, ed anche dagli investitori istituzionali, la cui percezione del rischio specifico del Paese, così come riflesso nei tassi di rendimento dei titoli del debito pubblico italiano, appare in netto miglioramento rispetto a qualche anno fa”. Istruttivi i danni prodotti in Francia dai contribuenti che si sono rifiutati di pagare gli errori della Politica denunciati l’8 settembre dall’ex premier Bayrou: “lo spendere è ormai un riflesso e, peggio ancora, una dipendenza. Le spese ordinarie, le spese per la nostra vita quotidiana, per i servizi pubblici, per le pensioni, ci siamo abituati a finanziarle a credito accumulando un peso schiacciante di 3.415 miliardi di euro di debiti. Siamo sottomessi ai nostri creditori - che è come esserlo alla forza militare - a causa di un debito che ci opprime, in entrambi i casi perdiamo la nostra libertà”.
E i numeri segnalano al Ministro Giorgetti che non riuscirà a risanare i conti utilizzando la “ricetta del sempre più debito” che non li ha mai risanati (anzi continuerà a scassarli). Infatti, il debito non è l’alternativa al prelievo o al contenimento della spesa o, se lo è, può essere solo temporanea - provvisoria. Altrimenti, la stratificazione continuativa in debito del deficit è solo il modo più semplice ed immediato di rinviare i problemi di finanza pubblica senza risolverli (e di ingigantirli quando i rinvii sono troppi). Gli esercizi scolastici confermano che storicamente il rapporto deficit/pil è stato agevolmente ricondotto nei limiti pattuiti anche dopo le grandi crisi (2008-2020) mentre il rapporto debito/pil è rimasto incontenibilmente divergente dal limite pattuito. Cioè, viene confermato dai numeri che il sistematico ricorso al debito per rimediare all’insufficiente gettito fiscale – all’incapacità di contenere la spesa – al limitato ritorno degli investimenti/alla modesta crescita, da un lato è il modo più semplice per trovare i soldi che servono per governare (così tutti possono promuoversi a governare senza averne né titolo né capacità), d’altro lato è il modo più semplice ed immediato per scassare progressivamente i conti.
I numeri aggiungono che il “debito pubblico” non è un problema che “deve essere affrontato” ma che va affrontato subito perché il ricorso continuativo al debito diventa innesco di instabilità politica. Infatti, il debito non sostituisce le tasse ma le differisce con il deprecabile immediato effetto incrementale dovuto agli interessi da liquidare periodicamente. Gli esercizi scolastici confermano che gli interessi si mangiano ogni anno, oltre all’avanzo primario (la crescita non produce neanche i soldi sufficienti per pagare gli interessi), anche una quota consistente dei soldi che i contribuenti versano per vedersi migliorare la qualità – le condizioni di vita. Cioè, i creditori si mangiano il coniglio bianco – gli interventi nell’interesse dei contribuenti perché i margini di manovra fiscale sono risibili (la mancata riduzione strutturale-significativa delle tasse ormai insostenibili per chi le paga, il permanere di servizi pubblici inadeguati ed insufficienti anche quando presenti, l’attesa sempre delusa dei finanziamenti per ricerca–innovazione–sviluppo e l’impoverimento progressivo sono una sfida alla capacità di tolleranza).
Ma il “problema debito” rimane e continua la ruberia dei soldi dei contribuenti per pagare gli interessi perché nessuno sa dove-come trovare i soldi per risolverlo e perché il Ministro dell’economia, sempre a caccia di soldi, trova più comodo trovarli indebitandosi “costi quel che costi” (è l’eco al draghiano salva euro “whatever it takes” dei Ministri dell’economia che continuano ad indebitarsi senza mai riuscire a mettere in salvo i conti pubblici) e, per contenere almeno il costo degli interessi (e per non pregiudicare la sostenibilità del debito nazionale), deve puntare sul debito comunitario. Emblematico che, il 29 settembre, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in occasione del Consiglio Competitività dell’Unione Europea a Bruxelles, chieda soldi comunitari subito. Il Ministro Urso, partendo dalle stime di Mario Draghi sul fabbisogno europeo per recuperare competitività, ha ricordato che “nel giugno 2024 Draghi stimava 500 miliardi l’anno, a settembre 2024 lo portò a 800 miliardi e pochi giorni fa, denunciando l’inazione europea, lo ha elevato a 1.200 miliardi. Questo significa che i ritardi nel dare risposte alle imprese creano ulteriore divario”.
Altrettanto emblematico che, il 5 ottobre, il Presidente di Confindustria Orsini invochi debito comunitario: “anche l’Europa deve fare la sua parte e avere le idee chiare mettendo al centro della propria agenda la politica di attrazione degli investimenti e tutto quello che serve per aiutare la crescita a cominciare dagli Eurobond; strumenti di debito comune saranno necessari per finanziare una vera politica industriale europea, capace di mobilitare anche risorse private con un effetto moltiplicatore”. Ancor più emblematico riprendere il prospetto di accompagno all’audizione in Senato del luglio 2024 dell’ex Direttore delle entrate Ruffini per sollecitare l’informativa al contribuente sull’uso delle tasse (una competenza esclusiva della Politica):
Il “problema debito”, senza soldi per risolverlo, potrà essere risolto solo dalle Istituzioni - dai Politici con le riforme strutturali. In particolare, riforme che migliorano l’efficienza della PA, semplificano il quadro normativo, incentivano l’innovazione e rendono la spesa pubblica più mirata ed efficace riducendo sprechi e privilegi a favore di investimenti che possano accrescere la produttività del sistema Paese. Il Dpfp recita: “Il Documento illustra inoltre gli ulteriori progressi compiuti nel campo delle riforme strutturali, essenziali per rimuovere i colli di bottiglia e liberare il potenziale di crescita del nostro Paese. In continuità con il periodo precedente, in questi mesi il Governo si è concentrato nell’accelerazione dell’attuazione delle misure incluse nel PNRR, nonché nell’adozione delle azioni volte ad assicurare il rispetto degli impegni presi nel Piano. Ciò è avvenuto, in particolare, nelle aree valevoli per l’estensione del periodo di aggiustamento: la giustizia, la tassazione, l’ambiente imprenditoriale, la Pa e i servizi per la prima infanzia, il controllo della spesa pubblica e la razionalizzazione delle imprese pubbliche”.
La Commissione per l’analisi del Magazzino fiscale, con il rapporto del 18 settembre, spiega al Ministro dell’economia Giorgetti che i soldi per risolvere il “problema debito” si trovano subito inserendo tra le riforma strutturali la verifica sistematica che gli Amministratori dell’impresa Stato facciano quello per cui sono stipendiati dai contribuenti. Gli esercizi scolastici dicono che, incassando i crediti non riscossi a fine 2024, il debito pubblico sarebbe aumentato di 412 miliardi anziché di 1.685 ed il rapporto Debito/Pil si sarebbe attestato al 77% (anziché al 134,9%) e che, attrezzandosi per incassare i crediti non riscossi ma esigibili a fine 2024, la stima 2028 del rapporto Debito/Pil risulterebbe del 101,1% (anziché del 136,4%). E la riduzione di centinaia di miliardi di debito produce l’effetto cascata positivo di decine di miliardi: riduzione degli interessi e del deficit – riduzione della ruberia di soldi dei contribuenti per pagare gli interessi–maggiori margini di manovra (e niente Procedura di infrazione).
Cioè il Dpfp informa i contribuenti (titolari effettivi – datori di lavoro dell’impresa Stato) che stanno stipendiando e finanziando Istituzioni–Politici–Esecutivi PA (i dipendenti dell’impresa Stato) affetti da debitomania (la patologica dipendenza denunciata per la prima volta dal Premier francese Bayrou diffusa tra Istituzioni - Politici che trovano più comodo indebitarsi per trovare i soldi che si lasciano fregare non facendo quello per cui sono stipendiati) e, quindi, devono bloccare la leva del debito se vogliono rivedere dopo tre anni qualche coniglio bianco e se non vogliono rischiare di ritrovarsi (basterebbe un giro di valzer di spread) a lavorare solo per riuscire a pagare i creditori perché, oltre a pagare gli interessi, dovranno anche rimborsare il debito (non è irredimibile) ed i prestiti comunitari (sempre più appetibili ma comunque da restituire e senza la certezza che siano prorogabili o sostituibili alla scadenza).