Salute

116117, il numero che dovrebbe alleggerire i pronto soccorso ma che in Italia resta a metà

C’è un numero che in Europa esiste da quasi vent’anni e che nasce con un obiettivo semplice: evitare che ogni problema sanitario, anche il più lieve, finisca al pronto soccorso. È il 116117, il servizio telefonico dedicato alle cure non urgenti. Una soluzione lineare sulla carta. Molto meno nella realtà italiana.

Introdotto nel 2009 tra i numeri armonizzati europei, il 116117 è pensato come un filtro tra cittadini e sistema sanitario. Serve a distinguere le vere emergenze dai bisogni a bassa intensità, indirizzando le persone verso il servizio più appropriato senza intasare i pronto soccorso. In diversi Paesi europei questa funzione è ormai consolidata. In Germania, ad esempio, il servizio è pienamente operativo e gestisce ogni anno milioni di contatti, diventando uno dei principali punti di accesso alla sanità territoriale.

In Italia, invece, la situazione è tutt’altra. Il numero esiste formalmente, ma non in modo uniforme. A dirlo è anche un documento ministeriale dello scorso dicembre: il servizio è presente, ma non garantito allo stesso modo su tutto il territorio nazionale.

Dove è stato realmente attivato, però, i risultati sono evidenti. La Lombardia, che ha avviato il 116117 già nel 2014, gestisce ogni anno centinaia di migliaia di chiamate. Una parte significativa di queste richieste riguarda bisogni che altrimenti finirebbero nei pronto soccorso o nei servizi di continuità assistenziale. Esperienze simili, anche se su scala più ridotta, si registrano in Piemonte, Toscana e nella Provincia autonoma di Trento.

Numeri che mostrano chiaramente il potenziale del servizio: intercettare una domanda sanitaria enorme e spesso impropria prima che arrivi ai punti più critici del sistema.

Il tema dell’appropriatezza, infatti, resta centrale. Secondo diverse stime, fino al 30% degli accessi ai pronto soccorso riguarda casi non urgenti o gestibili a livello territoriale. È esattamente lo spazio che il 116117 dovrebbe occupare.

Il problema è che, nella maggior parte del Paese, quello spazio è ancora vuoto.

La mappa italiana del servizio è frammentata. In alcune regioni è operativo, in altre solo parzialmente, in molte è ancora in fase di sviluppo. Nel Lazio è attivo soprattutto nell’area di Roma; il Veneto lo ha implementato solo in parte; Sardegna e Liguria procedono con sperimentazioni locali. Poi c’è un blocco consistente di regioni — dall’Emilia-Romagna alla Sicilia, dalla Puglia alla Calabria — dove il numero è ancora in costruzione.

Il risultato è un sistema che invece di semplificare finisce per riflettere, e in parte amplificare, le disuguaglianze territoriali del Servizio sanitario nazionale. A seconda di dove si trova, un cittadino può accedere a un servizio efficiente, a uno incompleto oppure a nulla.

Eppure, nei documenti ufficiali, il 116117 è ovunque. È previsto dal DM 77, inserito nella Missione 6 del PNRR e indicato come uno snodo fondamentale per la riorganizzazione della sanità territoriale. Dovrebbe essere il primo punto di contatto con il sistema, il filtro capace di alleggerire i pronto soccorso e il nodo di collegamento tra medici di medicina generale, continuità assistenziale e servizi di emergenza.

In altre parole, un’infrastruttura. Non un progetto sperimentale.

Ed è proprio qui che emerge il ritardo italiano. Non mancano le norme, né le risorse, né le linee guida. Manca una realizzazione uniforme. Il 116117 è stato adottato formalmente, ma costruito nei fatti secondo logiche regionali, con tempi e modelli organizzativi molto diversi.

Il confronto con altri Paesi europei rende il divario ancora più evidente. Dove il servizio è stato implementato in modo completo — come in Germania, Francia o Austria — è diventato parte integrante del sistema sanitario, con una funzione chiara e volumi elevati. In Italia, invece, resta un’infrastruttura incompleta, incapace di produrre un impatto su larga scala.

Nel frattempo, il sistema continua a funzionare come prima. I pronto soccorso restano sotto pressione, la continuità assistenziale fatica a rispondere alla domanda e i cittadini continuano a orientarsi da soli, senza un punto di riferimento unico.

Esattamente il problema che il 116117 avrebbe dovuto risolvere.

L’obiettivo dichiarato è arrivare al 2026 con una copertura nazionale completa, operativa 24 ore su 24 e integrata nella rete territoriale. Una scadenza che dovrebbe chiudere un percorso iniziato nel 2009.

A questo punto, più che una tabella di marcia, sembra un auspicio.

La storia del 116117 segue un copione già visto nella sanità italiana: un’idea condivisa, tecnicamente solida, allineata agli standard europei. E una realizzazione lenta, disomogenea, incompleta.

Con un risultato piuttosto chiaro: un numero pensato per rispondere subito ai cittadini che, in buona parte del Paese, continua ancora a non rispondere.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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