Alessandro Lugli non scrive versi: incide ferite sulla polvere per vedere se ne esce luce. A cinquant’anni, la sua poesia ha smesso di essere un esercizio di stile per diventare un corpo a corpo con il silenzio. È un’austera danza sull'abisso, dove ogni parola pesa come una pietra cattedrale, eppure vibra di un’urgenza quasi violenta, carnale.Il suo è un linguaggio che non cerca l’applauso, ma il riconoscimento di una ferita comune.
C’è una nobiltà antica nel suo sguardo, una sorta di rigore monastico applicato al caos dei sentimenti. Alessandro abita quella mezza stagione della vita dove il fuoco non è più vampa incontrollata, ma brace che scava, che resiste al gelo, che sa esattamente cosa bruciare e cosa salvare.
Frammenti di un'anima a metà strada
Non cercate in lui la rima facile o il conforto del già detto. La sua voce è un sentiero di montagna: ripido, sferzato dal vento, necessario. È la passione di chi ha visto svanire i miraggi della giovinezza e ha scelto di restare a guardare il vero, con la schiena dritta e il cuore spalancato.
L' Architetto del Sale
Non è l’alba che aspetti, Alessandro,
ma la tenuta del legno sotto la pioggia,
il modo in cui la parola si fa osso
e non cede al ricatto del tempo.
Cinquant'anni sono un cerchio di brina
attorno a un fuoco che non ha padroni.
Hai imparato a potare il superfluo,
a lasciare che il bianco mangi la pagina
finché non resta che il battito, puro,
il nudo metallo della voce.
Scrivi col rigore di chi erige muri
per proteggere un soffio d’infinito,
con la passione severa del ferro
che nel rogo ritrova la sua forma.
Sei l’aratore che non guarda indietro,
che semina pietre e raccoglie stelle,
fermo nel centro esatto del tuo inverno,
mentre il mondo, fuori, impara a tacere


