di Tania Apice

Attraverso un linguaggio che combina rigore formale e tensione simbolica, Augusto De Luca propone una riflessione che si colloca oltre la dimensione documentaria, interrogando la capacità dell’immagine di rendere visibile ciò che, nella storia, resta spesso implicito o non rappresentato.

Il progetto fotografico Armageddon rappresenta uno degli sviluppi più recenti della ricerca di Augusto De Luca, autore attivo sulla scena internazionale sin dagli anni Settanta. Il lavoro si inserisce in una riflessione visiva sulle conseguenze dei conflitti globali, affrontate attraverso un linguaggio che intreccia elementi realistici e costruzioni simboliche.

Nato a Napoli nel 1955, De Luca ha intrapreso il percorso professionale nella fotografia a partire dalla metà degli anni Settanta, affiancando alla pratica tradizionale una costante sperimentazione tecnica e linguistica. La sua produzione si distingue per una particolare attenzione all’inquadratura e alla sintesi formale, elementi che contribuiscono a costruire immagini caratterizzate da un equilibrio tra rigore compositivo e tensione evocativa. Nel corso della sua carriera ha esposto in numerose sedi italiane e internazionali, e le sue opere sono oggi conservate in collezioni pubbliche e private, tra cui la International Polaroid Collection negli Stati Uniti, la Bibliothèque nationale de France, l’Archivio Fotografico Comunale di Roma e istituzioni museali in Europa e Asia.


Il progetto Armageddon

Con Armageddon, De Luca sviluppa una riflessione visiva che prende avvio dalle grandi catastrofi belliche del Novecento, trasformandole in una narrazione fotografica che supera la dimensione documentaria. Il progetto si configura come un’indagine sull’impatto umano dei conflitti, in cui la memoria storica viene filtrata attraverso un linguaggio visivo fortemente simbolico.

Le immagini non si limitano a registrare la realtà, ma costruiscono scenari nei quali la dimensione metafisica e quella surreale assumono un ruolo centrale. La deformazione della realtà visiva diventa uno strumento per amplificare il contenuto emotivo, rendendo percepibili le tracce invisibili lasciate dalla storia: silenzi, assenze, tensioni interiori.
Nel progetto, la composizione, l’uso della luce e la selezione delle forme concorrono a creare un sistema di segni che richiama, per certi aspetti, la tradizione della pittura metafisica. Le immagini alternano una resa di netto realismo a costruzioni più astratte, nelle quali gli elementi visivi si organizzano secondo logiche simboliche.

Il ricorso al registro surreale non implica una negazione del dato storico, ma piuttosto una sua rielaborazione. Le fotografie introducono scenari sospesi, talvolta onirici, che spingono l’osservatore a interrogarsi sul rapporto tra realtà e rappresentazione, tra memoria e immaginazione.

Il nucleo concettuale di Armageddon risiede nella capacità dell’immagine fotografica di farsi veicolo di memoria collettiva. I segni visivi costruiti da De Luca non rimandano a episodi specifici, ma evocano una dimensione più ampia, nella quale il tema della guerra si traduce in esperienza universale.

In questo senso, il progetto si configura come un dispositivo aperto all’interpretazione: ogni immagine invita lo spettatore a confrontarsi con i propri riferimenti culturali ed emotivi, attivando un processo di lettura stratificato. La sofferenza, la perdita e la possibilità di rinascita emergono come elementi centrali, restituiti attraverso una grammatica visiva essenziale ma densa di rimandi.