Gli Stati Uniti guidati da Donald Trump hanno ormai smesso anche di fingere. Non c'è più alcuna preoccupazione per la legalità, per i diritti umani o per l'ordine internazionale che Washington stessa ha contribuito a costruire nel dopoguerra. La linea è quella del più forte: intimidire, colpire, imporre. Dentro e fuori dai confini nazionali.
La vicenda dell'uccisione di Renee Good a Minneapolis, per mano di un agente dell'ICE, è emblematica. Le immagini e i video circolati non lasciano spazio a interpretazioni: non si è trattato di legittima difesa, ma di un'esecuzione di fatto. Eppure l'amministrazione Trump, sostenuta da figure chiave come J.D. Vance e Kristi Noem, continua a sostenere una versione dei fatti palesemente smentita dalla realtà. È il segnale di uno Stato che non solo tollera la violenza istituzionale, ma la normalizza e la giustifica politicamente.
Questa deriva autoritaria e predatoria non si ferma ai confini statunitensi. Il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro rappresenta un atto di forza che viola apertamente il diritto internazionale e sancisce una concezione dei rapporti globali basata sul ricatto e sulla sopraffazione. Un ritorno puro e semplice alla legge della giungla.
Di fronte a questo scenario, qualcosa in Europa si muove. Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha rotto gli indugi con parole insolitamente dure, denunciando il rischio che l'ordine mondiale si trasformi in una “tana di ladri”, dove i più spregiudicati prendono ciò che vogliono. Dopo l'annessione della Crimea e l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, il comportamento degli Stati Uniti viene indicato come una seconda frattura storica: il tradimento dei valori da parte del principale architetto dell'ordine liberale.
Anche la Francia ha tracciato una linea chiara. Nel suo discorso annuale agli ambasciatori, Emmanuel Macron ha accusato apertamente Washington di allontanarsi dagli alleati e di liberarsi delle regole internazionali che fino a ieri pretendeva di difendere. Ha parlato senza giri di parole di una nuova “aggressività neocoloniale” e di una tentazione sempre più esplicita delle grandi potenze di spartirsi il mondo, citando direttamente il caso Maduro e le mire statunitensi sulla Groenlandia.
La strada indicata dal presidente francese non è la rottura, ma il rilancio di un multilateralismo “efficace”: più autonomia strategica europea, meno dipendenza sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina, difesa delle regole comuni, a partire da quelle che regolano il settore tecnologico. Non a caso Macron ha difeso con forza il DSA e il DMA, nel mirino di Washington, e ha annunciato un'accelerazione sulla preferenza europea in materia di commercio e sulla riforma della governance globale, da portare anche sul tavolo del G7 che la Francia presiede quest'anno.
In questo quadro, il silenzio dell'Italia è assordante. Dal Quirinale, nessuna presa di posizione. Da Palazzo Chigi, invece, arriva qualcosa di peggio: un sostanziale avallo alle politiche trumpiane, anche quando comportano la violazione del diritto internazionale. Il governo italiano sceglie l'allineamento servile, rinunciando a qualsiasi autonomia politica e morale.
Il contrasto è grottesco se si guarda alla propaganda interna. Mentre a livello internazionale si accettano e si giustificano politiche criminali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si autocelebra per i dati sull'occupazione, proprio nel giorno in cui l'Istat ne certifica un calo a novembre. È la fotografia di una classe dirigente che preferisce la narrazione alla realtà, l'obbedienza al coraggio politico.
Il mondo sta entrando in una fase di rottura profonda. Alcuni paesi europei hanno iniziato, finalmente, a dirlo ad alta voce. Altri, come l'Italia, scelgono di far finta di niente. E nella storia, questa scelta non ha mai corrisposto alla neutralità.


