Dopo una corsa prolungata e aggressiva che aveva spinto il prezzo oltre i 5.000 dollari per oncia, l’oro ha improvvisamente cambiato direzione. Il metallo prezioso, tradizionale bene rifugio nei momenti di incertezza, ha invertito la rotta sotto la pressione di vendite consistenti, aprendo una fase di correzione che ha sorpreso molti operatori.
Il movimento al ribasso si è consolidato nelle settimane successive al picco di gennaio. A metà marzo, le quotazioni sono scese anche sotto i 4.400 dollari per oncia, segnale di un indebolimento più marcato del previsto. Solo negli ultimi giorni si è registrato un lieve rimbalzo, che tuttavia non cambia il quadro generale: il mercato resta dominato da prese di profitto e liquidazioni importanti.
Il ripiegamento dell’oro appare, a prima vista, in controtendenza. In un contesto globale caratterizzato da tensioni geopolitiche elevate, ci si aspetterebbe infatti un rafforzamento del metallo, storicamente considerato una protezione contro l’instabilità.
Eppure il mercato ha reagito diversamente. Anche chi utilizza strumenti di analisi tecnica, come le cosiddette “fan” del metodo di Gann, ha visto uno dopo l’altro cedere i principali livelli di supporto, segnale di una pressione ribassista diffusa e persistente.
A fornire una chiave di lettura è un’analisi del Financial Times, secondo cui proprio le conseguenze dei conflitti in corso avrebbero innescato il cambio di scenario.
Negli ultimi trimestri molte economie emergenti avevano aumentato significativamente le proprie riserve auree, sfruttando l’oro come strumento di difesa finanziaria. Tuttavia, con il peggioramento delle condizioni economiche e valutarie, diversi Paesi hanno iniziato a fare il percorso inverso: vendere oro per sostenere le proprie valute o rafforzare i conti pubblici.
Questo cambio di strategia ha generato un’offerta aggiuntiva sul mercato, contribuendo in modo decisivo alla frenata dei prezzi.
Tra i protagonisti di questa inversione spiccano Russia e Turchia.
Mosca ha ceduto circa 15 tonnellate di oro tra gennaio e febbraio, un segnale chiaro di utilizzo delle riserve per esigenze di bilancio e stabilizzazione economica.
Ancora più significativo il caso turco. Dall’inizio del conflitto in Iran, le vendite di oro da parte di Ankara hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari. Solo tra fine febbraio e fine marzo, la banca centrale turca ha venduto 52 tonnellate di metallo prezioso, riducendo le riserve nette ai minimi degli ultimi due anni.
L’obiettivo è evidente: sostenere la lira turca, da tempo sotto pressione e in costante perdita di valore rispetto al dollaro. La stabilità della valuta è infatti un punto centrale per il governo guidato da Recep Tayyip Erdoğan, impegnato a contenere un’inflazione che resta elevata, attualmente attorno al 31%.
Il risultato è un mercato dell’oro più fragile e meno lineare rispetto al passato recente. Se da un lato restano forti le motivazioni che sostengono il metallo come bene rifugio, dall’altro l’intervento diretto delle banche centrali introduce una variabile nuova e destabilizzante.
In questo scenario, il prezzo dell’oro potrebbe continuare a muoversi in modo irregolare, sospeso tra tensioni globali che ne alimentano la domanda e necessità finanziarie dei Paesi che ne aumentano l’offerta. Una dinamica che rende il futuro del metallo prezioso molto meno prevedibile di quanto apparisse solo pochi mesi fa.

