La spiritualità come guida, il sentimento del numinoso in cui il pensiero prende forma e valore. Cosa accade quando l'opera d'arte smette di rappresentare e comincia a rivelare? È questa una delle domande che pone Numen Docet (Il Divino insegna), la nuova personale di Manuel Bonfanti a Roma, a cura di Rossana Cosci, ospitata negli spazi della Fondazione del Nazareno. Il titolo è già una soglia. Un invito a sostare davanti a ciò che nell'arte non si spiega, ma si percepisce.
L'inaugurazione si terrà sabato 13 giugno alle ore 17, con la presentazione del critico d'arte Alfio Borghese. La serata sarà animata dal concerto del Palocco Ensemble - con Fabio Babiloni (tenore), Alberto Andreini (basso), Mirella Puligheddu (alto), Alberto Bossi (organo) e Marco Martino (tenore) — e dalla presenza dello chef Marco Coppola del ristorante Tramae, Palazzo Talìa.

La mostra

Il percorso espositivo si snoda nelle sale della Fondazione e raggiunge il suo fulcro nella Sacra Cappella del Nazareno, dove sono custodite le reliquie di San Giuseppe Calasanzio, fondatore dei Padri Scolopi. In questo spazio carico di storia e devozione, Bonfanti colloca una grande sfera di luce (diametro 100 cm, tecnica mista su alluminio anodizzato, 2026) che dialoga con l'architettura sacra attraverso la grammatica del numinoso.
L'oro che domina nella Cappella, simbolo del divino immutabile e della luce trascendente,  trova nel celeste della sfera  il suo interlocutore naturale: il colore dell'infinito, del manto mariano, del cielo nell'ora che precede l'alba, sulla soglia tra due mondi, tra dimensione terrena e trascendente. È il contrasto che governa le icone bizantine, dove l'oro dello sfondo e il celeste delle vesti della Vergine si fronteggiano in un equilibrio di eternità. La forma sferica-  cerchio senza inizio né fine, centro ed epicentro - apre alla dimensione della ricerca perenne, alla circolarità dell'aureola, all'aura che espande la luce divina. L’eterna ricerca di qualcosa oltre e di uno spazio altro, che accompagna l’uomo dall’origine del mondo.

Nelle sale della Fondazione, le sfere di luce - nei diversi formati di 100, 50 e 40 cm di diametro - mostrano l'intera ampiezza della ricerca più recente dell'artista (in mostra con 22 sfere di luce a Venezia, nella personale Verde Miccia, per tutta la durata della Biennale) oscillando tra tecniche e registri differenti. Alcune rivelano l'assolutezza del gesto grafico, quasi calligrafico, con la fluidità meditativa dello Shodo, l’arte della calligrafia giapponese, dove la pennellata fluida diventa un esercizio dell’anima;  altre si aprono a una dimensione più squisitamente pittorica, dove il colore torna a essere protagonista in tutte le sue tonalità, sfumature e accezioni simboliche. Un esercizio di misticismo e geometria della meditazione dove la traccia attraversa spazio e tempo, supera muri e tocca nel buio la memoria, in cerca di una nuova luce. Il risultato, dall’equilibrio estetico e semantico vibrante, è quello di uno spazio multiverso e cangiante, con riflessi eterei e luce vivida. "Sono sfere di luce, anzi forme di colore che ruotano, schizzano, rifuggono la statica dei corpi - scrive lo storico dell'arte Alessandro Masi - Sono schegge, frammenti, spazi obliqui su cui declina la forma prendendo mirabolanti traiettorie di dinamica discendenza futurista alla Vedova, quello più maturo degli anni Settanta, dei Plurimi per intenderci. Sono soggetti a metà via tra la materia e il concetto, tra l'opera e l'installazione, tra la storia e la cronaca, come un Kounellis redivivo”.

La personale di Roma Numen Docet è frutto di una lunga ricerca sul valore del numinoso, ricercato dall’artista sin dalle prime opere pop, per guardare nella vita ordinaria una spiritualità straordinaria, che emerge proprio laddove non la si era immaginata, scandendo le ore del quotidiano, cercando di elevare l’ordinarietà delle cose.

In esposizione nelle sale della Fondazione, alcune tra le opere più rappresentative del ciclo Air Space, perché è nell’andare oltre e attraverso lo spazio che ci si avvicina al divino.
Le tele in mostra, indagano il colore, tra velature e tocchi e ritocchi, fino ai lavaggi in lavatrice, spaziando dall’oro al blu, dal rosso al verde miccia. Lo spazio si dilata, l’invito è quello di leggere un luogo nel gesto pittorico, nelle tracce e segni grafici che spaziano dal colore verde al blu, in un’esplosione di senso. Un paesaggio gestuale e immaginario che apre a nuovi dialoghi, a nuove dimensioni spaziali,  in un’immersione nel colore meditativa e mistica.
La mostra si intreccia con tre riferimenti fondamentali. Il primo è Rudolf Otto, che ne Il Sacro (1917) definì il numinoso come mysterium tremendum et fascinans: la forza ineffabile che abita il sacro e precede ogni parola — un tema che Bonfanti ha esplorato a lungo, anche attraverso la serie MR8 (tar il 2002 e il 2004 con diverse  opere)  con esplicito riferimento al filosofo tedesco. Il secondo è James Hillman, padre della psicologia archetipica: per Hillman l'immagine non è decorazione del pensiero ma sua origine, e ogni forma porta in sé il concetto di anima. Il terzo è Carlo Belli, con il suo Kn (1935), manifesto dell'astrattismo italiano, che libera la forma da ogni obbligo narrativo e la restituisce alla sua essenza pura, assoluta, quasi sacrale.

L'oracolo e il numinoso nell’era dell’intelligenza artificiale

C'è qualcosa di rivelatore nel gesto con cui, sempre più spesso, l'uomo contemporaneo si rivolge a una macchina per fare le domande che un tempo rivolgeva al cielo. Chi sono? Cosa devo fare? Esiste un senso? L'intelligenza artificiale non ha costruito templi, eppure riceve confessioni. Non ha volto, eppure è interpellata come un oracolo. Risponde con la fluidità di chi ha letto tutto  e con il silenzio di chi non ha vissuto nulla. Questa delega è, prima di tutto, una diagnosi. Dice qualcosa di un’epoca che ha svuotato i luoghi tradizionali del sacro senza riuscire a estinguere il bisogno che li aveva generati. Il numinoso, quella forza ineffabile che Rudolf Otto definì mysterium tremendum et fascinans, non scompare con la modernità: si sposta. Si insinua tra le righe di una risposta generata, nella speranza che qualcosa, in quella precisione apparente, sappia finalmente dire la parola giusta. La parola che salva, che orienta, che nomina ciò che non si riesce a nominare da soli. Ma l'arte sa quello che l'algoritmo non può sapere: che la domanda vale più della risposta. Che il silenzio davanti a un'opera non è un errore da correggere, ma uno spazio da abitare. Che la luce, quella vera, quella che trema, quella che ci tiene vivi e ci accende non si ottimizza.
In questo senso, la pittura torna a essere un atto necessario e quasi anacronistico nella sua necessità. Non perché ignori il presente, ma perché custodisce una forma di intelligenza diversa: lenta, corporea, stratificata. Un'intelligenza che non produce output, ma aperture. Che non risponde, ma risuona. Le opere in mostra nascono da questa consapevolezza. Sono forme che cercano, non forme che dichiarano. Abitano lo spazio liminale tra il visibile e l'indicibile, tra la materia e ciò che la materia, in certi momenti, riesce a contenere. In un'epoca che ha imparato a chiedere tutto alle macchine, propongono il gesto opposto: fermarsi. Guardare. Lasciarsi attraversare. L'intelligenza artificiale può simulare la risposta. L'arte, ancora, pratica la domanda.

La mostra in parallelo, a Venezia durante la 61ª Biennale d'Arte

Numen Docet è allestita in concomitanza con Verde Miccia, personale di Bonfanti nella sede Confcommercio di Venezia (Sestiere San Marco, 4039), aperta per l'intera durata della 61ª Biennale d'Arte 2026 (fino al 22 novembre 2026).

L'artista

Manuel Bonfanti è nato nel 1974 a Bergamo, dove vive e lavora. Si è diplomato all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove ha studiato con Luciano Fabro e ha completato la sua tesi in storia dell'arte contemporanea con Marco Meneguzzo. La sua carriera è iniziata come assistente di galleria, collaborando alla creazione di opere con diversi artisti, tra cui Gabriel Orozco e Julian Opie.  Esplorando il rapporto estetico tra sublime, spazio e luce, Bonfanti crea opere  in cui il colore evoca ambienti di risonanza mistica e paesaggi zen. Le sue tele di grandi dimensioni spesso indagano i luoghi invisibili e spirituali e gli spazi liminali tra figurazione e astrazione, permeati da una sensibilità animistica. La sua pratica si confronta con le dimensioni metafisiche della percezione, dove la pittura diventa un veicolo di contemplazione e trascendenza. L'opera di Bonfanti riflette un interesse costante per le qualità immateriali dell'aria, della luce e del suono, coltivando atmosfere che sfumano i confini tra esperienza interiore e ambiente esterno.  Ha esposto presso prestigiose istituzioni culturali, tra cui il Centro Culturale Nazionale di Kazan, l'Istituto Italiano di Cultura a Praga, la Biennale d’arte 2024 a Venezia dell’European Cultural Centre, L’Art Pur Foundation di Riyadh (Arabia Saudita), Palazzo Firenze- sede della Società Dante Alighieri a Roma (in concomitanza con la Future Week) nel 2025. Bonfanti è anche curatore di The Tube One, un progetto artistico permanente presso l'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.