Dietro le sbarre dei CPR: dove la sofferenza viene "curata" con i farmaci
C’è un’Italia invisibile, fatta di muri alti e silenzi forzati, dove le persone non aspettano una condanna, ma un foglio di via. Sono i CPR, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Sulla carta dovrebbero essere luoghi di transito, nella realtà sono diventati buchi neri dove il tempo si ferma e la mente, spesso, si spezza.
L’ultimo rapporto del Tavolo Asilo e Immigrazione ci consegna un’immagine che fa male: quella di persone letteralmente stordite dagli psicofarmaci. Non si tratta di una terapia per guarire, ma di uno strumento per "contenere".
Il paradosso della cura senza libertà
Franco Basaglia, il medico che ha rivoluzionato la psichiatria in Italia, diceva una cosa molto semplice: "Senza libertà non ci può essere cura". Nei CPR accade l’esatto opposto. Immaginate di trovarvi chiusi in un posto, senza sapere con certezza quando uscirete, in condizioni igieniche precarie e senza nulla da fare tutto il giorno.
In un contesto del genere, l’ansia non è una malattia: è una reazione normale a una situazione assurda. Eppure, invece di ascolto o supporto psicologico, la risposta più frequente è una pastiglia. Anzi, tante pastiglie. Si parla di un uso massiccio di sedativi e tranquillanti, usati quasi come dei "sedativi sociali" per mantenere la calma e spegnere le proteste.
Non sono "capricci", è disperazione
Molti degli episodi che avvengono dentro queste mura – dai gesti di autolesionismo ai tentativi di sciopero della fame – vengono spesso liquidati dal personale come "atti dimostrativi". Ma se proviamo a guardare oltre l’etichetta, capiamo che sono grida d'aiuto. In un posto dove non hai più controllo su nulla, nemmeno su cosa mangi o quando dormi, farti del male diventa l’unico modo che ti resta per dire: "Esisto ancora, e sto soffrendo".
A Torino, ad esempio, è emerso che le richieste di visita psichiatrica cadono spesso nel vuoto. La sofferenza mentale non è un caso isolato, è strutturale: è il luogo stesso che la produce.
Quanto ci costa questa invisibilità?
Oltre al dramma umano, c’è quello economico. I CPR sono macchine costosissime che gravano sulle casse dello Stato senza però risolvere il problema che dovrebbero gestire. Sono, a tutti gli effetti, dei luoghi di detenzione senza i diritti minimi che persino un carcere dovrebbe garantire.
Perché parlarne
Parlare di quello che succede nei CPR non significa solo discutere di leggi sull'immigrazione, ma chiederci che tipo di società vogliamo essere. Possiamo davvero accettare che la sofferenza di un essere umano venga gestita "addormentandola" con i farmaci?
I CPR oggi sembrano essere l'esatto contrario di ciò che chiamiamo civiltà: sono luoghi dove la dignità viene messa in attesa e la salute mentale sacrificata in nome di una gestione burocratica che, alla fine, non serve a nessuno.