A Gaza non esiste più una qualche forma di economia e quasi tutte le famiglie sono senza futuro
In una piccola tenda allestita in una scuola gestita dalle Nazioni Unite nel centro di Gaza City, Alaa Alzanin cerca di proteggere ciò che resta della sua famiglia: la moglie, cinque figli, la madre settantunenne e una sorella più giovane. Hanno perso la casa a Beit Hanoon durante la guerra di Israele contro Gaza e sono stati costretti a fuggire otto volte. Oggi quella tenda è l’unico riparo contro la pioggia e il freddo dell’inverno.
Alzanin ha 41 anni ed è disoccupato. Prima della guerra lavorava come manovale a giornata nei settori dell’agricoltura e delle infrastrutture. Scavava canali per l’acqua, arava la terra, spruzzava pesticidi, coltivava pomodori e cetrioli. Lavorava dalle sette del mattino alle quattro del pomeriggio per l’equivalente di 13-15 dollari al giorno. Ora non ha nulla. Come centinaia di migliaia di altri abitanti della Striscia, non riesce più a mantenere la sua famiglia.
Una situazione simile, aggravata da condizioni di salute drammatiche, è quella di Majed Hamouda, 53 anni, originario di Jabalia, nel nord di Gaza. Affetto da poliomielite e con una moglie portatrice di talassemia, Hamouda vive con i suoi cinque figli in un centro di accoglienza allestito in una scuola del quartiere Remal. Prima della guerra sopravviveva grazie agli aiuti statali e alla carità. Con l’inizio del conflitto, anche quei pochi sussidi si sono interrotti.
Le sue parole descrivono una realtà disumanizzante: famiglie cacciate dalle proprie case, costrette a vivere per strada, senza sicurezza né dignità. Nei giorni peggiori, la famiglia Hamouda non ha nulla da mangiare. Il padre manda allora l’unico figlio maschio a raccogliere plastica e rifiuti da rivendere per pochi spiccioli.
Quel bambino, Yaqoub, era il primo della sua scuola nel nord di Gaza. In quarta elementare aveva vinto il premio di “Piccolo Scienziato” del Ministero dell’Istruzione per aver realizzato otto esperimenti scientifici. Oggi raccoglie nylon da bruciare per cucinare e corre dietro alle distribuzioni di pasti caldi nel campo profughi. Per il padre, vederlo così è una ferita quotidiana.
Dopo oltre due anni di guerra, la Striscia di Gaza è stata quasi completamente distrutta. Alla devastazione materiale si aggiunge una grave crisi alimentare. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, gli aiuti che riescono a entrare nel territorio assediato non soddisfano nemmeno lontanamente i bisogni nutrizionali della popolazione. Le forniture sono ben al di sotto dell’obiettivo minimo di 2.000 tonnellate al giorno, anche a causa del fatto che solo due valichi restano aperti e con forti restrizioni israeliane.
I dati economici fotografano un collasso senza precedenti. Secondo l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 50% nei Territori palestinesi e l’80% nella sola Gaza, con circa 550mila persone senza lavoro. Un rapporto dell’UNCTAD segnala che il PIL palestinese è tornato ai livelli del 2010, mentre il PIL pro capite è sceso a quelli del 2003, cancellando oltre vent’anni di sviluppo in appena due anni.
Prima del conflitto, Gaza mostrava segnali di crescita economica, con nuovi progetti commerciali, turistici e industriali e un ruolo centrale del settore privato, che garantiva oltre metà dell’occupazione. L’agricoltura aveva raggiunto l’autosufficienza per diversi prodotti e la Striscia contribuiva per circa il 17% al PIL palestinese. Oggi tutto questo è stato spazzato via. Nel 2024 il PIL di Gaza è crollato dell’83% rispetto all’anno precedente, arrivando a soli 362 milioni di dollari, con un PIL pro capite di 161 dollari, tra i più bassi al mondo.
Anche prima dell’ottobre 2023 la situazione era fragile. Dal 2007 Gaza è sottoposta a un blocco terrestre, marittimo e aereo. Già allora, oltre il 60% della popolazione viveva in povertà e circa l’80% dipendeva dagli aiuti umanitari. Oggi, secondo le autorità locali, il 90% dei settori economici, incluse abitazioni e infrastrutture, è stato distrutto, per perdite stimate in circa 70 miliardi di dollari.
Il governo di Gaza parla di piani per la ripresa, basati sul sostegno alle piccole e medie imprese, su programmi di lavoro temporaneo e sulla ricostruzione dei settori produttivi chiave come industria, agricoltura e servizi. Ma tutto questo resta sulla carta finché i valichi non verranno riaperti e l’ingresso di materie prime e attrezzature non sarà consentito senza restrizioni.
Nel frattempo, per famiglie come quella di Alaa Alzanin, il futuro è sospeso. La moglie Mariam è incinta di tre mesi. Ricevono pasti caldi nel campo, ma non sono sufficienti né dal punto di vista nutrizionale né umano. Frutta, pesce, uova e una dieta adeguata restano un lusso irraggiungibile. Mariam racconta di perdere i denti per la mancanza di calcio, di vivere da due anni senza integrazioni adeguate, mentre cerca di nutrire almeno i figli.
Il cessate il fuoco e il piano di pace annunciati dagli Stati Uniti restano incompleti e incerti. Ciò che invece è evidente è che Gaza, ridotta in macerie, dovrà affrontare una ricostruzione economica e sociale immensa. E per molte famiglie, il problema non è la ricostruzione a lungo termine, ma semplicemente riuscire a sopravvivere al giorno dopo.
Se a questa evidenza si aggiunge il fatto che lo Stato ebraico di Israele, oltre ad ostacolare l'UNRWA, ha iniziato ad impedire alle ong di prestare la propria opera in tutta la Palestina e raddoppierà il numero di militari impiegati in Cisgiordania è chiaro che la sua politica mira esclusivamente a eliminare in toto la presenza dei palestinesi dalla loro terra.
È un chiaro progetto genocidario che da tempo avrebbe dovuto essere sanzionato dalla comunità internazionale che, invece, fa finta di non vedere ciò che è evidente a chiunque, perché a commettere tale crimine sono degli "ebrei" e, come tali, devono evidentemente restare impuniti. Quando di questa assurda situazione si farà finalmente giustizia , è da auspicare che ad essere condannati non vi siano solo i responsabili, ma anche tutti coloro che ne sono stati complici.
Nota: la situazione economica a Gaza è descritta in un articolo di Ola Al-Asi su Al Jazeera