E pensare che dovevo restarmene a Mantova quell’estate del 1970. Ma una sera mi telefona uno della Federazione e, stuzzicandomi l’orecchio, dice tra il serio e il faceto: “Signor Boninsegna, le piacerebbe fare un viaggetto in Messico?”.
Ho solo il tempo per rispondere ‘ollamad…….’ che mi ritrovo dai rigogliosi campi della Padana in un posto chiamato Puebla appiccicato a 2000 metri d’altezza. Ero un ‘ripescato’, una storia tipicamente italica. Il Valcareggi, che ha i galloni di commissario tecnico, scopre fra le sue carte che la Nazionale è spuntata.
Dopo il malanno di Anastasi, convoca il sottoscritto e Prati. Ci fa un provino come si usa al cinema con le attrici promettenti e dichiara: ’Gioca Boninsegna’.
Così da escluso, vesto la maglia di titolare dopo una semplice partitella d’allenamento. Ogni commissario tecnico purtroppo ha i suoi pallini. E lui non mi vedeva proprio in Nazionale. Finita la trasferta messicana, pur essendo giudicato dagli esperti il miglior centravanti del Mondiale dopo Muller, mi ha rimesso in panchina.
Queste credetemi non sono polemiche. Polemico, nel mio vocabolario, significa attaccabrighe, carognetta, rompi qualcosa. Non ho mai giocato in simil ruolo. Come polemici non erano Rivera e Mazzola per la staffetta. Le loro erano solo discussioni tra campioni e se le potevano permettere. Discussioni che non hanno mai intaccato l’ambiente azzurro. Noi ‘messicani’ eravamo tipi straordinari, con forti personalità, punti di vista diversi e senza peli sulla lingua. Poi in campo ognuno si assumeva le proprie responsabilità.
L’avvio con una vittoria sola in tre partite trova spiegazione nella materia preferita da Freud : sentivamo troppo la parte di favoriti, mentre gli altri potevano giocare in scioltezza. Anche Gigi Riva era un problema: stentava ad ingranare ed aveva tutta la stampa contro. Veniva da un campionato stressante e aveva speso molto per quel trionfo. Ma sapete come sono i giornalisti : ci considerano dei flipper, basta una monetina per illuminarci.
Eravamo una squadra formata da uomini tecnicamente validi e da professionisti seri. Finalmente ci sblocchiamo contro il Messico, nonostante i fans locali suonassero le serenate sotto le finestre del nostro albergo per non farci dormire. Poi se avessimo incontrato i brasiliani in semifinale, li avremmo battuti. Invece li trovammo in finale, quando avevamo nelle gambe i terribili 120 minuti con la Germania.
E’ stata comunque una trasferta meravigliosa che racconto spesso ai miei figli.
Solo che loro avrebbero preferito un padre pompiere.
L’articolo è di Roberto Boninsegna
(fonte: l’Unità)


