Il disastro Meloni tra dossier internazionali, migranti e crisi industriali
Il caso Almasri continua a sollevare polemiche e interrogativi a livello nazionale e internazionale. L'ex capo della milizia libica, accusato di torture e violenze sessuali e destinatario di un mandato di arresto da parte della Corte penale internazionale, è stato riconsegnato alle autorità libiche con un volo di Stato italiano. Un'operazione che ha sollevato forti critiche, sia per la sua valenza giuridica che per le implicazioni politiche, alla luce del presunto scambio con Tripoli per contenere le partenze dei migranti verso l'Italia.
Altrettanto controversa si è rivelata l'implementazione del cosiddetto "modello Albania", il piano del governo per delocalizzare la gestione dei migranti in centri di permanenza situati fuori dai confini nazionali. Il progetto, sostenuto con un investimento pubblico intorno al miliardo di euro, è stato duramente contestato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la sua irregolarità. A oggi, i risultati dell'operazione risultano modesti, se non inesistenti, mentre le criticità legali restano irrisolte.
Nel frattempo, i dati sugli sbarchi nei primi sei mesi del 2025 segnalano un incremento rispetto allo stesso periodo del 2021, smentendo la linea dura annunciata dal governo contro i trafficanti di esseri umani. La premier Meloni aveva dichiarato l'intenzione di colpire le reti criminali "ovunque nel mondo", ma le cifre raccontano una realtà ben diversa.
Sul fronte economico, l'Italia appare sempre più marginale nelle dinamiche globali. L'approccio diplomatico della premier in vista del possibile ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha prodotto i risultati attesi. Al contrario, l'accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti si è trasformato in un boomerang: dazi al 15% sui prodotti europei e pesanti ripercussioni per l'industria italiana. Secondo Confindustria, l'intesa potrebbe costare fino a 200.000 posti di lavoro. Il ministro dell'Economia ha già previsto per il 2026 una contrazione del PIL di almeno mezzo punto percentuale.
Non mancano, infine, le difficoltà sul fronte interno. Il decreto sullo sport, presentato come intoccabile, è stato duramente criticato dal Quirinale, che ha rimandato il provvedimento alle Camere imponendo modifiche significative. La presidenza della Repubblica ha sostanzialmente riformulato emendamenti precedentemente respinti dalla maggioranza, in un passaggio parlamentare che ha segnato un momento di tensione istituzionale non trascurabile.
A questo si aggiunge la gestione della crisi dell'ex Ilva di Taranto, dove le prospettive di rilancio dell'acciaieria restano nebulose. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato una serie di iniziative, ma ad oggi il dossier industriale appare ancora privo di una strategia concreta e sostenibile.
In questo contesto, la presidente del Consiglio ha rilasciato un'intervista nella quale ha accusato le opposizioni di ostacolare l'azione del governo e ha denunciato un presunto attacco da parte della magistratura. Un messaggio volto a consolidare la propria base elettorale, ma che non sposta l'attenzione sui nodi di fondo: risultati ancora deboli, crescenti difficoltà nei rapporti internazionali e una gestione interna segnata da errori e retromarce.
Quelli elencati, in maniera gentile (quasi edulcorata) sono solo una parte dei fallimenti "ottenuti" dal governo Meloni riassunti in un post dal deputato dem Gianni Cuperlo.
Quello che rimane incomprensibile, anche in base al costante impoverimento di cui la premier è responsable, è come possano esserci ancora degli italiani disposti ad approvare il disastro di cui, insieme a una manica di ministri altrettanto incapaci, si è resa responsabile.