Economia

Buoni Pasto: ennesimo schiaffo ai dipendenti pubblici

Esiste un limite oltre il quale l’indifferenza si trasforma in offesa. L’innalzamento dell’importo defiscalizzato dei buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro, deciso senza intervenire sulla norma del 2012 che fissa a 7 euro il valore massimo per le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego, supera ampiamente quel limite. Si tratta dell’ennesimo segnale penalizzante nei confronti dei dipendenti pubblici, una scelta che finisce per certificare l’esistenza di lavoratori di serie B.

A distanza di quattordici anni, quella disposizione rimane invariata, come se il tempo non fosse trascorso, come se l’inflazione non avesse progressivamente eroso salari già contenuti, come se l’aumento del costo della vita non avesse inciso in modo significativo sui bilanci familiari. Eppure, mentre per il settore privato viene riconosciuto un adeguamento, per il pubblico impiego si continua a ignorare una condizione ormai insostenibile, nonostante il ruolo centrale svolto nel garantire il funzionamento dello Stato e dei servizi essenziali.

Il contesto è noto e particolarmente critico. I recenti rinnovi contrattuali nella Pubblica Amministrazione hanno determinato incrementi retributivi insufficienti a compensare l’inflazione reale, con una conseguente perdita del potere d’acquisto. A ciò si sommano carichi di lavoro crescenti, carenze strutturali di organico, responsabilità sempre maggiori e il progressivo depotenziamento di interi settori, come dimostrato dall’interruzione dei rapporti di lavoro dei precari impiegati nei progetti PNRR. In questo quadro, la questione dei buoni pasto assume i contorni di un’ulteriore penalizzazione, tanto più grave perché strutturale.

Non si è di fronte a una mera questione tecnica o fiscale, bensì a una scelta politica precisa, che produce effetti concreti sulla vita di milioni di lavoratori e delle loro famiglie. Una scelta che contribuisce ad ampliare una frattura già evidente e che rischia di compromettere ulteriormente la qualità dei servizi resi ai cittadini.

Proseguire lungo questa direzione significa svilire il lavoro pubblico. Appare pertanto necessario che la Pubblica Amministrazione, nel suo complesso, abbandoni una posizione di inerzia e si faccia parte attiva nel denunciare tale disparità, promuovendo l’adeguamento del valore dei buoni pasto e il superamento del tetto ai Fondi, al fine di restituire margini di sostenibilità economica a chi oggi fatica a riempire il carrello della spesa.

La perdurante assenza di interventi concreti, accompagnata da manovre politiche e sindacali che non sembrano incidere in modo risolutivo, contribuisce a rafforzare la percezione di un disegno che mortifica il lavoro nella Pubblica Amministrazione. In un contesto come quello attuale, sette euro non possono più essere considerati un “buono pasto”, ma il simbolo di una disparità che non può essere ulteriormente ignorata.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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