Il Cile del 2025 non è un Paese che svolta a destra, è un Paese che fa un'inversione a U per tornare al passato. E lo fa senza neppure il pudore di fingere che si tratti di qualcosa di nuovo.
José Antonio Kast, presidente neo eletto, non è un incidente della storia né un fulmine a ciel sereno. È il prodotto coerente di un fallimento politico profondo e di una rimozione collettiva della memoria. Nel 1988, mentre il Cile decideva se liberarsi o meno della dittatura, Kast – allora 22enne – metteva la faccia negli spot per il Sì, definendo il regime di Augusto Pinochet "direttamente benefico". Non era ingenuità giovanile: era adesione ideologica. E oggi, quasi quarant’anni dopo, quella scelta torna al centro della scena, normalizzata, sdoganata, premiata.
Il profilo biografico di Kast parla chiaro. Figlio di un ufficiale della Wehrmacht fuggito dalla Germania dopo il rifiuto del certificato di denazificazione, cresciuto in una famiglia organicamente intrecciata al progetto economico della dittatura, Kast non ha mai rotto davvero con quel passato. Non lo ha rinnegato, non lo ha condannato, non lo ha liquidato come errore storico. Si è limitato a nasconderlo quando conveniva. Oggi non serve più.
La sua vittoria – 58,1% contro il 41,9% – non segnala solo un’alternanza politica. Segna l’oscillazione violenta di un pendolo che torna verso l’autoritarismo, verso l’ordine imposto, verso la nostalgia del pugno di ferro. Un pendolo che oscilla anche perché qualcuno, dall’altra parte, ha smesso di spingerlo nella direzione opposta.
Il paradosso cileno è tutto qui: una delle transizioni democratiche più celebrate dell’America Latina non ha mai davvero smantellato l’architettura del regime. La Costituzione del 1980, scritta sotto Pinochet, è ancora lì. I tentativi di sostituirla sono falliti. Il modello economico è rimasto sostanzialmente intatto. La democrazia ha amministrato l’eredità della dittatura, senza mai liquidarla.
Kast promette sicurezza, carceri, ordine. Promette crescita economica a colpi di tagli: 6 miliardi di dollari in 18 mesi, meno tasse alle imprese, meno Stato, più mercato. Il copione è noto, già visto, già fallito. È lo stesso copione scritto dai “Chicago Boys” - gruppo di economisti cileni formatisi al Dipartimento di Economia dell'Università di Chicago sotto l'influenza di Milton Friedman, Arnold Harberger e Larry Sjaastad -, gli stessi che facevano da consiglieri di Pinochet. E non è un caso che i fili della storia intreccino i cognomi Kast e Piñera, come se il tempo non fosse mai passato.
Ma oggi il pinochetismo non si presenta più in uniforme. Si presenta in giacca e cravatta, parla di lotta al narcotraffico, di criminalità, di confini. Usa la paura come leva politica, perché la paura funziona sempre. Funziona soprattutto quando chi avrebbe dovuto offrire un’alternativa ha preferito amministrare lo status quo.
Gabriel Boric aveva ricevuto un mandato storico: trasformare in realtà le rivendicazioni esplose con l’estallido social del 2019, chiudere definitivamente il capitolo della dittatura, rompere con il modello economico ereditato. Ha fatto l’opposto. Continuità economica, repressione selettiva delle proteste, criminalizzazione del popolo mapuche, rinuncia a qualsiasi trasformazione strutturale. Un’occasione unica buttata via.
Il risultato è brutale e incontestabile: al primo turno, l’estrema destra pinochetista ha raccolto il 50% dei voti. Non perché abbia convinto con idee nuove, ma perché il campo riformista è collassato. Perché ha smesso di parlare di giustizia sociale e ha iniziato a rassicurare la classe dominante. Perché ha rinunciato a cambiare davvero le cose.
Jeannette Jara, la sfidante di Kast, ha provato a fermarlo puntando sull’essere “anti-Kast”. Troppo poco. Troppo tardi. Denunciare i tagli e le violazioni dei diritti umani non basta se non si offre una prospettiva di trasformazione reale. E mentre Kast evitava di spiegare dove avrebbe colpito con l’accetta dei tagli, trovava più facile minacciare espulsioni di massa, togliere la cittadinanza ai figli dei migranti, evocare riforme costituzionali punitive. Ancora una volta: paura, ordine, esclusione.
Il quadro internazionale completa il disegno. Kast si muove a suo agio tra CPAC, Vox, Orbán, Bukele. È parte di una destra globale che non nasconde più la sua allergia alla democrazia liberale quando questa intralcia il mercato e il controllo sociale. Il Cile entra a pieno titolo in questo asse reazionario, mentre il suo futuro economico resta appeso a contraddizioni enormi: stagnazione interna e dipendenza crescente dalla Cina.
Il ritorno del pinochetismo non è un ritorno al passato in senso nostalgico. È qualcosa di peggio: è la dimostrazione che quel passato non è mai stato davvero superato. Che è rimasto lì, sotto la superficie, pronto a riaffiorare non appena la politica ha smesso di offrire speranza.
Kast non è la causa del problema. È il sintomo. E il Cile, oggi, ne paga il prezzo.


