Molti scrittori raccontano storie che intrattengono. Lorenzo Zucchi invece sembra avere un’altra missione: far emergere, nei suoi libri, quelle situazioni che mettono a disagio, che rivelano le contraddizioni e le ferite nascoste della società. La sua scrittura invita a riflettere su ciò che spesso preferiamo ignorare, con la volontà di portare alla luce ciò che resta invisibile agli occhi più distratti.
In questa intervista gli chiediamo di raccontarci come nasce questo sguardo e quali sono i meccanismi che lo rendono possibile.
Come decide quale frammento di realtà sia degno di essere sottratto al silenzio?
Parto sempre dalla mia lista di libri scritti o da scrivere, dalle tematiche di base e dagli sviluppi della trama. Una volta stabilito un massimale, ecco che vado a rifinire tutta una serie di situazioni sommerse che meritano di essere almeno lette, se non per forza comprese e condivise.
Ha mai esitato di fronte a una storia, temendo che la parola non potesse renderle giustizia?
Più volte, perché sono un fan del cinema e ho imparato ad amare l’arte attraverso i grandi piani sequenza dei maestri. Ma tramite i miei aforismi, che sono una delle caratteristiche più costanti dei miei testi, cerco di far arrivare anche la parola.
In che modo pesa, prima di scrivere, la possibilità che ciò che mostra non venga compreso, ma consumato?
Non riesco a fare una valutazione a priori, o perlomeno non ancora. E’ solo dopo i primi feedback che mi rendo conto delle nuances che andranno perse nella lettura collettiva. Il messaggio complessivo riesce comunque a essere compreso bene, anche perché lo sottolineo sempre più volte.
Si è mai chiesto se rendere visibile ciò che è nascosto non finisca per violarlo irrimediabilmente?
Forse in alcuni casi potrebbe essere vero, ma le marginalità che racconto non sono mai quelle estreme, che non hanno tangenze con la mia esperienza vitale. Il sommerso del Cronista dell’invisibile è quello dei condominii delle città italiane, dei gruppi di amici in vacanza, delle terre di confine che accolgono solo tramite pedigree.
Quale distanza mantiene fra sé e ciò che racconta per non contaminare la verità con il suo sguardo?
A volte parlo io nella testa dei miei personaggi, o al posto del narratore onnisciente. Non è semplice scollegare del tutto l’autore dai suoi figli, e non ne vale la pena, se l’obiettivo è far pensare il lettore e non proporre una verità qualsiasi. Oltretutto oggi c’è l’ossessione per i libri autobiografici, come dimostra anche la cinquina di finalisti allo Strega.
Quanto teme che la sua scrittura diventi una consolazione estetica per chi legge, più che un atto di conoscenza?
Mi capita di indugiare in descrizioni paesaggistiche o ambientali che possono sembrare meri estetismi; sempre meno in realtà, perché ho ereditato questa caratteristica dagli esordi con i racconti di viaggio, ma ormai cerco di far vivere i luoghi anche in altri modi, attraverso rumori, odori, parole dette a caso
Quando una realtà è scomoda, fino a che punto sente di avere il diritto di raccontarla?
Fino al punto in cui possa venir compresa. Non supero mai i limiti della letteratura e in questo in passato il lavoro degli editor è stato prezioso a insegnarmi cosa si può e cosa non si può fare.
Le è mai accaduto di percepire la propria voce come un intruso nel dolore che narra?
La mia ossessione per la caratterizzazione dei personaggi li porta a pensare in molte circostanze, anche se proverò a tenere sotto controllo questa mia tendenza a partire dal prossimo libro che scriverò. Qualche volta un pensiero di troppo disturba la voce della storia, che sia dolore, amore, serenità ritrovata o altro.
Come distingue una realtà davvero invisibile da una semplicemente ignorata?
La realtà invisibile è qualcosa che non serve alla società in prima istanza. La realtà ignorata è qualcosa che nuoce o giova alla società, a seconda dei punti di vista.


