Se davvero quella che ieri in Cassazione è stata “l’ultima volta” con giudici e pm insieme davanti al capo dello Stato, allora il segnale è chiaro: la riforma della giustizia non sta unendo il Paese, lo sta spaccando. E non per caso. Lo sta facendo per scelta politica.
Mentre Mattarella presiedeva una cerimonia - l’inaugurazione dell’anno giudiziario - che dovrebbe rappresentare l’equilibrio tra poteri, il rispetto istituzionale e la tenuta democratica, il clima è stato da resa dei conti. Tutti hanno parlano di “armonia”, “dialogo”, “leale collaborazione”. Tutti, tranne uno: il ministro della Giustizia Carlo Nordio!
Il primo presidente della Cassazione D’Ascola ha usato toni misurati, istituzionali. Il vicepresidente del Csm Pinelli ha parlato di fiducia, equilibrio, separazione dei poteri. Il procuratore generale Gaeta ha definito quello attuale tra magistratura e maggioranza uno “scontro” che ha raggiunto livelli “inaccettabili”. Tutti questi interventi hanno avuto un comune denominatore: andando avanti così si rischia di arrivare ad una frattura non ricomponibile tra potere legislativo e potere esecutivo.
E che fa Nordio, il ministro della Giustizia Nordio? Invece di ricomporre il dialogo tra le due istituzioni, lancia accuse e messaggi incendiari.
Non usando argomenti (che purtroppo per lui non ha), ma parole aggressive, da comiziaccio, il ministro della Giustizia non entra nel merito della riforma costituzionale di cui è primo firmatario e, pertanto, non riesce a contrastare la percezione – ormai diffusissima nella parte raziocinante del Paese e nella magistratura – che la riforma punti a ridurre l’autonomia delle toghe e a rafforzare il controllo politico sul sistema giudiziario.
Nordio nega tutto. Ma intanto la sua maggioranza flirta apertamente con l’idea di una magistratura “normalizzata”, meno indipendente, più allineata. Lo dice nei talk show, nei social, nei retroscena parlamentari. Un giorno sì e l’altro pure. E il ministro finge che il problema non esista.
Poi c’è l’altra contraddizione, quella più concreta: Nordio rivendica di non aver fatto “proliferazione dissennata di interventi persecutori”, nonostante sia palesemente falso. Dal decreto rave al pacchetto sicurezza, passando per nuove aggravanti e nuovi reati, il codice penale è stato gonfiato come non accadeva da anni. Più norme, più pene, più repressione. Altro che sobrietà legislativa di cu lui parlava dopo la sua nomina.
Il paradosso è tutto qui: si parla di garantismo, mentre si moltiplicano i reati. Si invoca l’indipendenza, mentre si costruisce uno scontro politico con la magistratura. Si predica l’armonia, mentre si alimenta il conflitto.
Il risultato è un corto circuito istituzionale pericoloso: cittadini confusi, magistratura sotto attacco, maggioranza che promuove il referendum come se fosse un regolamento di conti e non un miglioramento del dettato costituzionale.
La verità è semplice e scomoda: questa riforma non viene presentata come un miglioramento della giustizia, ma come una vittoria politica. E Nordio non si comporta da ministro arbitro del sistema, ma da capofila di una parte.
E quando la giustizia diventa terreno di propaganda, non solo perdono le istituzioni, ma soprattutto perde lo Stato di diritto e, in tal caso, i primi a rimetterci saranno gli italiani.


