L’amministrazione guidata da Donald Trump è pronta a colpire duramente il settore farmaceutico globale. Secondo quanto riportato dal Financial Times, già nei prossimi giorni Washington potrebbe annunciare dazi fino al 100% su alcuni medicinali importati, con l’obiettivo dichiarato di costringere le multinazionali a spostare la produzione negli Stati Uniti.
La misura si inserisce in una strategia commerciale ormai consolidata: utilizzare le tariffe come leva per riportare capacità industriale sul territorio americano. Le nuove imposte colpirebbero in particolare le aziende che non hanno ancora raggiunto un accordo con la Casa Bianca.
Non si tratta di una sorpresa. Già lo scorso autunno Trump aveva minacciato dazi al 100% sui farmaci brevettati o di marca, salvo concessioni da parte dei produttori. L’obiettivo è chiaro: costruire stabilimenti negli Stati Uniti o affrontare barriere commerciali proibitive.
Non tutti però saranno colpiti allo stesso modo. I Paesi e le aziende che hanno già negoziato con Washington potranno beneficiare di condizioni più favorevoli.
L’Unione Europea, ad esempio, ha ottenuto un tetto massimo del 15% sui dazi nell’ambito dell’intesa raggiunta a Turnberry. Anche il Regno Unito ha negoziato una riduzione temporanea delle tariffe, accettando in cambio un aumento della spesa sanitaria pubblica per l’acquisto di farmaci.
Alcuni colossi del settore si sono già mossi per evitare lo scontro diretto. Tra questi figurano Pfizer, AstraZeneca e Novo Nordisk.
Le tre aziende hanno raggiunto accordi con l’amministrazione americana che prevedono maggiori investimenti negli Stati Uniti e una riduzione dei prezzi dei medicinali. In cambio, hanno ottenuto una sospensione delle tariffe. Un compromesso che evidenzia il peso negoziale della Casa Bianca e la volontà delle multinazionali di evitare un’escalation commerciale.
Sul piano legale, i nuovi dazi si basano su un’indagine avviata ai sensi della sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, lo stesso strumento già utilizzato per giustificare tariffe su acciaio e alluminio. L’inchiesta, partita nell’aprile dello scorso anno, considera la produzione farmaceutica una questione di sicurezza nazionale.
Questo dettaglio è cruciale: le tariffe legate a tali indagini non sono state colpite dalla recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, che a febbraio aveva invece bocciato altri dazi generalizzati introdotti tramite poteri di emergenza.
La mossa rischia di avere conseguenze significative. Il settore farmaceutico, finora relativamente protetto dalle tensioni commerciali, potrebbe entrare in una fase di forte instabilità.
Da un lato, le aziende potrebbero accelerare gli investimenti negli Stati Uniti per evitare le tariffe. Dall’altro, i costi aggiuntivi rischiano di tradursi in prezzi più alti per i consumatori e in nuove tensioni nelle catene di approvvigionamento globali.
La strategia di Trump è coerente con la sua visione economica: protezionismo aggressivo e rilocalizzazione industriale. Ma il prezzo potrebbe essere elevato, non solo per le aziende, ma anche per i sistemi sanitari e i pazienti in tutto il mondo.


