Epatite A a Napoli: non basta evitare le cozze
Nel primo trimestre del 2026 Napoli e l’intera Campania si sono trovate al centro di un focolaio di Epatite A che rappresenta una deviazione statistica estremamente marcata rispetto alla normalità epidemiologica osservata nel quinquennio precedente.
Si tratta di 65 casi registrati tra gennaio e marzo nella sola città partenopea, un valore che supera di circa dieci volte la media decennale riferita allo stesso periodo, mentre a livello regionale i circa 133-180 casi notificati dall’inizio dell’anno hanno già quasi raggiunto o addirittura superato i livelli che negli anni considerati “di calma” si registravano sull’intero arco annuale.
L'incremento complessivo è stimato dalle autorità sanitarie tra 10 e 41 volte rispetto alla media degli ultimi anni nello stesso intervallo temporale, mentre sul piano clinico la pressione ospedaliera si riflette nei circa 53 ricoveri registrati presso l’Ospedale Cotugno, struttura di riferimento per le malattie infettive.
Sul fronte dei controlli alimentari emerge un dato significativo relativo ai prodotti ittici con 7 campioni positivi al virus su 154 analisi effettuate su cozze nell’ambito delle verifiche condotte dai NAS in tutta la provincia.
La presenza del virus dell'epatite A nelle cozze è un indicatore indiretto e fedele della circolazione del virus nella popolazione umana locale.
Le cozze sono anche un importante vettore di contagio, se mangiate crude, ma non va sottovalutata la manipolazione di alimenti con mani non pulite.
Dunque, l’attenzione delle autorità è rivolta verso la filiera dei molluschi bivalvi quale principale vettore del contagio, tanto che il Comune ha emanato un’ordinanza che vieta il consumo di frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici, accompagnata da misure precauzionali nelle scuole come la sospensione della distribuzione di frutta fresca nelle mense per privilegiare alimenti cotti e da un piano vaccinale regionale che prevede l’acquisto.
Parallelamente alla rassicurazione fornita dall’azienda idrica cittadina sulla sicurezza dell’acqua potabile che non presenta tracce del virus, vengono diffuse raccomandazioni sanitarie che, pur escludendo uno scenario di epidemia fuori controllo, insistono su comportamenti di prevenzione rigorosi quali
- la cottura completa dei molluschi per almeno cinque minuti a temperature comprese tra 85 e 90 gradi,
- il lavaggio accurato di frutta e verdura destinate al consumo crudo,
- il mantenimento di un’elevata igiene personale con particolare attenzione al lavaggio frequente delle mani.
La trasmissione tipica dell’epatite A avviene prevalentemente per via oro-fecale, ovvero attraverso l’ingestione di alimenti, acqua o oggetti contaminati anche da quantità microscopiche di materiale fecale proveniente da soggetti infetti.
Dunque, le modalità di contagio comprendono non solo il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti, ma anche l’assunzione di frutta e verdura manipolate senza adeguata igiene, l’utilizzo di acqua non potabile, inclusi i cubetti di ghiaccio, e il contatto diretto tra persone.
Il virus dell’epatite A sopravvive al congelamento e alle cotture rapide o superficiali, richiedendo invece temperature elevate mantenute per diversi minuti.
Il periodo di incubazione durante il quale l’individuo è già contagioso è di 15-30 giorni prima della comparsa dei sintomi come ittero e nausea, facilitando così una diffusione silenziosa all’interno della popolazione, rendendo evidente come la regola fondamentale per contenere il focolaio resti ancorata a pratiche basilari ma decisive quali il lavaggio frequente delle mani, la pulizia dei cibi freschi e la cottura completa dei molluschi.